Pensare la Nuova Era del Biologico in Sardegna
di Luca Morelli
I sardi nutrono un profondo rispetto e un forte legame identitario con la propria isola. Non sorprende che si attivino per progetti virtuosi e sostenibili su quella terra che Fabrizio De André consigliava a Dio di prendere come modello per il Paradiso.
Ciò che fa il Bio-Distretto sud Sardegna e arcipelago del Sulcis va in questa direzione, riunendo aziende biologiche e organizzazioni per promuovere agricoltura sostenibile, energie rinnovabili e filiera corta nel territorio. Ignazio Cirronis ci spiega come andare oltre, verso un biologico 3.0.
Il prodotto biologico dei Paesi europei, per essere definito tale, deve rispettare gli stessi requisiti minimi stabiliti dall’Unione Europea.
I singoli Stati membri possono prevedere requisiti aggiuntivi, come fa la Danimarca, che ha il proprio “Ø-label”, un marchio governativo con standard più severi. Il paese è stato il primo a credere nel biologico, con costanza.
Nel 1987 fu il primo paese ad introdurre normative per gli alimenti bio.
Oggi ne raccoglie i frutti, con tre danesi su quattro che acquistano prodotti bio ogni settimana, più di qualsiasi altra nazione.
“Questa idea di andare oltre è alla base del nostro progetto”, dice Ignazio Cirronis, una vita spesa nel biologico sardo (dal 1982 con S’atra Sardinia) e attuale presidente del Bio-Distretto Sardo.
“Per migliorare le strutture produttive, per alzare i requisiti minimi, è necessaria la cooperazione di tutti i nostri partner del distretto: un mix tra energie rinnovabili, bioedilizia, ed agricoltura, verso la gestione sostenibile dei rifiuti, l’utilizzo massimo del risparmio energetico e di energie rinnovabili, la ristrutturazione secondo criteri di bioedilizia…”
Un ciclo intricato. Come si stabiliscono nuovi standard?
“Abbiamo avviato uno studio sull’impronta ecologica per creare parametri volontari che le aziende possano seguire, gradino dopo gradino, migliorando il loro impatto. Il percorso è arrivare a requisiti minimi superiori, ma ci vorrà tempo. Certo è che il biologico ora è troppo indifferenziato. Non bisogna dimenticare che l’obiettivo finale è la diffusione della cultura della sostenibilità, far sì che si scelga il biologico non solo per qualità e salute, ma anche per la tutela dell’ambiente”.
Quali altri obiettivi avete?
“Far consumare il biologico sardo”.
Però qualcuno potrebbe dire che far viaggiare i prodotti ha altri costi per l’ambiente.
“È vero, l’ideale sarebbe che in ogni zona si consumi ciò che si produce in loco. Ma non è possibile ovunque, come in Danimarca. Non andrebbe esportato un prodotto che localmente c’è. Produciamo grano, ma non competiamo per vendere pasta. Ma possiamo portare altrove pane guttiau e pane carasau, anche perché sono alimenti che nascono per i pastori e per i loro lunghi periodi fuori casa, quindi si conservano a lungo”.
Un’altra critica riguarda l’uso delle serre.
“Ma come si fa a passare un inverno solo con patate, carote e cavoli? Noi riscaldiamo le nostre serre usando gli scarti della coltivazione delle mandorle, materiale che finirebbe nei rifiuti. Sì, è una forzatura dei cicli naturali, ma così evitiamo che muoiano le piante, i bombi (ed altri insetti pronubi), e lasciamo che siano gli insetti a impollinare, non i prodotti chimici”.
Sostenibilità a 360 gradi
Sostenibilità è una parola inflazionata, cosa significa per voi?
“Tre cose: 1. Sostenibilità ambientale: operare in modo tale da non far male all’ambiente. Anzi, renderlo disponibile alle prossime generazioni migliore di adesso.
2. Sostenibilità economica.
3. Sostenibilità sociale: deve essere praticabile da tutti, e deve coinvolgere sia zone di inferiore sviluppo che fasce della popolazione meno toccate da processi produttivi”.
Come si ottiene tutto ciò?
“Posso fare degli esempi.
Energia rinnovabile: Gran parte di noi ha i pannelli fotovoltaici.
Riciclo: Come dicevamo, i sottoprodotti della mandorlicoltura per farne del carburante.
Risparmio idrico: Interventi e controlli continui ed irrigazione a goccia.
Uso tecnologico: Va chiarito, essere biologici non significa rifiutare la tecnologia, anzi. Significa piegarla ai principi del biologico. Usiamo droni per i trattamenti, irrigazione automatizzata, macchinari moderni. Strumenti che abbattono i costi e su cui formiamo i nostri soci”.
Le criticità del settore
L’Europa si è data un obiettivo: 25% di terreni biologici entro il 2030. A che punto siamo?
“In Italia siamo intorno al 20%, in Europa 17-18%. Ma i numeri ingannano: ci sono terreni biologici i cui prodotti non vengono commercializzati come bio. Un fenomeno che nel nostro Paese riguarda soprattutto il Sud”.
Perché?
“Il problema è duplice.
Certificarsi costa, da qualche centinaio a decine di migliaia di euro all’anno. Poi ci sono mercati dove il biologico non viene pagato di più del convenzionale. La certificazione garantisce solo il rispetto delle norme, non la qualità superiore. Così molti produttori rinunciano: già spendono di più per concimi e mezzi tecnici, perché aggiungere anche la certificazione?”
Che soluzioni si possono trovare?
“A livello nazionale e mondiale abbiamo fatto proposte, sia al ministero che all’IFOAM (federazione internazionale del biologico), come sgravi fiscali per chi si certifica e l’azzeramento dell’IVA sui prodotti bio, per ridurre la differenza con i ‘convenzionali’.
Poi sul territorio, cerchiamo di coinvolgere i consumatori in festival e giornate di lavoro vero e proprio”.
Da segnalare a Maggio:
Bio-Aziende Aperte
Parlami di queste iniziative.
“A Maggio organizziamo il Biofestival a Cagliari, dove riuniamo produttori, aziende dei settori vicini (energia, bioedilizia) e consumatori”.
E dopo il festival ci sarà Bio Aziende aperte.
“Chiunque può partecipare e toccare con mano la realtà, proponiamo di passare giornate a fare pasta e formaggi con i produttori, a lavorare con la vigna e con i pomodori. Chiaramente nulla che richieda sforzi fisici di un lavoratore agricolo ordinario. In questi pacchetti (per info: biodistrettosudsardegna@gmail.com) proponiamo anche pernottamento e pasti presso aziende bio. Potremmo anche incrementare il turismo enogastronomico sostenibile. Non faremo pacchetti in piena estate. E promuoveremo le zone interne”.
Un ultimo consiglio?
“Puntiamo, tutti insieme, sulla cultura della sostenibilità come agire quotidiano”.





