C’era una volta un siciliano… di Leo Todaro

20 Ottobre 2026
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C’era una volta un siciliano…
di Leo Todaro

C’era una volta Leo, insegnante di italiano a Copenaghen.
Le prime lezioni erano tutto un “Ciao!

Buongiorno! A, E, I, O, U, il, lo, la…” eccetera.

Poi una fatina fantasiosa ha pensato bene di farmi uno scherzetto: un bel giorno mi sveglio e sono diventato insegnante di danese per stranieri. Volgo lo sguardo al cielo: “Ma ne siete proprio sicuri? Io?? Cioè… si può insegnare agli stranieri… da straniero?”.

Ed eccomi con una sfilza di vocali più lunga e ostica, altre facce, altre storie. Adoro le storie. Per questo, quando incontro nuovi studenti, una delle prime domande che faccio è: «Come sei finito qui, in Danimarca?».

Le risposte parlano di amore, carriera, curiosità, ambizione. Le ragioni cambiano, ma tutti hanno davanti lo stesso compito: imparare la lingua, comprendere la cultura e riuscire, poco alla volta, a sentirsi meno spaesati.

Come sono finito qui?
Come sono finito qui, ma soprattutto com’è che ci sono rimasto, è una domanda che anch’io mi pongo dal mio arrivo nel 1997. Per quali strane vie mi sono trovato a chiamare casa Copenaghen, a parlare danese con naturalezza e a muovermi in una cultura così diversa dalla mia Sicilia?

Il germe della Danimarca mi era stato inoculato da piccolo: Andersen, i Lego, i dribbling di Michael Laudrup; infine il sorriso di una danesina scesa a fare conquista in Sicilia.

Semi che sarebbero germogliati quando decisi di scrivere un secondo capitolo della mia favola, volando a Copenaghen, dalla medesima sirenetta.

Un salto di venticinque anni
Se fosse un film, qui ci sarebbe uno stacco di circa venticinque anni. Il nostro, ormai incanutito, vaga in un anonimo sobborgo dal nome impronunciabile.

La favola si è stemperata in un grigio tran tran: scomparse carrozza e principessa.

Cosa è successo? E chi è diventato quel ragazzo?
Avevo scelto la Danimarca con l’entusiasmo ingenuo dei vent’anni, seguendo il cuore ma anche il desiderio di tracciare una strada mia, lontano da un destino che mi sembrava già scritto: insegnare latino e greco nello stesso liceo in cui avevo studiato, sposare la fidanzata storica, interpretare un copione senza molti imprevisti.

Poi una cartolina della danesina di un tempo, dodici anni dopo. Cribbio, che memoria! Potevo fare finta di niente? No. Spariglio, parto. Ed eccomi qua.

Il siciliano in Danimarca
Per molti anni ho insegnato italiano ai danesi. Il mio cuore e il mio sguardo rimanevano puntati verso l’Italia. Ero il siciliano in Danimarca: vivevo qui, ma portavo professionalmente con me lingua e cultura italiane.

Paradossalmente, la distanza rafforzava le mie radici. Circa tre anni fa il colpo di scena: la mia scuola mi propone, con mia grande sorpresa, di passare a insegnare danese per stranieri. Accetto. Comincio e completo il percorso di specializzazione, cambio lavoro e target. Mi ritrovo adesso a contatto con persone che mi ricordano quel giovanottone arrivato ventisei anni prima con una valigia piena di sogni e dizionari.

Per loro ero un danese
Non ero però preparato alla crisi d’identità che ne sarebbe seguita. Per loro io ero (e sono) un danese.

Ora Leo è quello addentro alle cose, che arriva puntuale, rispetta le scadenze, sa dire in scioltezza rødgrød med fløde e bispens gipsgebis. Posso spiegare usi e costumi, ironizzare sulla scarsa propensione per l’improvvisazione, parlare di “noi” e “loro” senza sapere più bene da quale parte io stia. Insomma: quasi un danese.

Per un po’ mi sono compiaciuto del guizzo di sorpresa dei miei connazionali quando raccontavo che insegnavo danese: “ce l’ho fatta, perfettamente integrato, una solstrålehistorie”. Ma una vocina ha cominciato a sussurare maligna: “e mo’ tu chi saresti?”.

Rugbrød e piccoli tradimenti
Ho iniziato a temere di essermi perso qualche pezzo per strada.
I segnali c’erano: cominciavo ad apprezzare le scadenze, le cose ben programmate, la cultura della fiducia. Consumavo sempre più rugbrød e havregryn, li mettevo addirittura in valigia.

Un esempio recente del mio disagio: una giovane coppia siciliana di miei studenti mi vede durante una pausa con rugbrød e banana. Sgranano gli occhi, allibiti: «Ma sei diventato danese!».

Per un istante mi sono sentito colto in flagrante, imbastardito. Ho riso, ma quel commento toccava un nervo: quanto di ciò che ero stato era rimasto intatto? E quanto, senza accorgermene, era cambiato?

Traduzioni culturali
Imparare bene la lingua del paese in cui si vive è fondamentale, non soltanto per farsi capire, ma per partecipare da pari e sentirsi meno estranei. La parte più difficile però viene dopo: imparare non solo grammatica e lessico, ma quelli che chiamerei adattamenti culturali.

Da italiano del Sud, abituato a una certa temperatura nell’espressione di pensieri e sentimenti, ho imparato a parlare a voce più bassa, a contenere la gestualità e perfino a togliere un po’ di musica dal mio modo di parlare danese. Ho imparato a graduare la temperatura emotiva delle parole, anche se a volte mi sembra come guidare col freno a mano tirato.

Qualche giorno fa, tornando in classe dopo le vacanze, ho pensato: «Ragazzi, quanto mi siete mancati». Un attimo prima di dirlo ho tradotto il pensiero in una forma più sobria: «Sapete che, in fondo, non mi dispiace essere di nuovo qui con voi?». Davanti alle loro facce perplesse ho spiegato che quello era il mio modo per dire che mi erano mancati. Il verdetto è arrivato implacabile: «Sei diventato danese!». Trapiantarsi in un’altra terra forse significa anche imparare un altro modo di sentire e di mostrare ciò che sentiamo.

Quando appare l’Etna
Eppure ogni volta che torno in Sicilia basta pochissimo per ricordarmi da dove vengo. Vedere l’Etna stagliarsi in lontananza e sentire la pelle d’oca sono quasi una cosa sola.

Com’è possibile che un fazzoletto di montagna visto dal finestrino di un aereo provochi una reazione così intensa? Se sono le Alpi svizzere, confesso, non mi succede granché. Ma quando appare l’Etna, qualcosa si muove. Vuol dire Catania, Sicilia. Vuol dire che sto tornando a casa.

L’Etna per un siciliano non è soltanto una montagna. È memoria, appartenenza. Sentirsi a casa è riconoscere ed essere riconosciuti: un’inflessione, l’odore del pane, un caffè al bar sotto casa, un vecchio compagno di scuola ritrovato dopo trent’anni. Sono cose piccole, ma insieme costruiscono quella sensazione impalpabile che chiamiamo casa.

Anche Copenaghen è casa
Eppure devo riconoscere una verità che molti anni fa non avrei immaginato: oggi casa per me è anche Copenaghen. E anche i danesi sono diventati la mia gente.

Casa è anche il luogo dove vivi e lavori, dove conosci qualcuno e qualcuno conosce te; dove hai attraversato inverni, imparato codici culturali, preso l’autobus o la bicicletta.

La Sicilia resta casa perché contiene una parte irripetibile di me. Ma la Danimarca è il luogo nel quale ho costruito gran parte della mia vita adulta. Forse vivere a lungo fra due paesi significa questo: rassegnarsi all’idea di non appartenere a uno solo, accettarne il dolce e l’amaro.

Un ponte, appunto
Inauguro dunque con vero piacere questo spazio sul Ponte: difficile immaginare un nome più adatto. È mia intenzione muovermi fra Italia e Danimarca, osservando differenze, somiglianze e quei piccoli equivoci che nascono quando due lingue e due modi di vivere si incontrano.

Mi piacerebbe farlo anche attraverso le vostre storie: quelle di chi cerca di sentirsi a casa in Danimarca e dei danesi che si avvicinano alla lingua e alla cultura italiana.

Io, dopo tanti anni, continuo a stare da qualche parte nel mezzo, sul ponte, facendo la spola da una riva all’altra.
E allora vi lascio con una domanda: che cosa mettete immancabilmente in valigia ogni volta che tornate dall’Italia?
Di che cosa scoprite, vivendo lontano, di essere diventati improvvisamente avidi? Alla prossima!
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Leo Todaro, BA in Latino e Italiano, Insegnante di danese per stranieri, insegna italiano per danesi a Copenaghen e online. Contatti: info@italianwithleo – youtube.com/italianwithleo
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