ALFABETO QUOTIDIANO: Dacia Maraini si racconta attraverso le parole proposte da Gioconda Marinelli – a cura di Emma Fenu

15 Settembre 2021
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ALFABETO QUOTIDIANO: Dacia Maraini si racconta attraverso le parole proposte da Gioconda Marinelli
a cura di Emma Fenu

“Alfabeto quotidiano. Le parole di una vita” è un volume pubblicato da Marlin Editore a giugno di quest’anno in cui, attraverso un dialogo serrato con Gioconda Marinelli, scrittrice e giornalista, Dacia Maraini racconta di sé in una danza di riflessioni, citazioni e ricordi.
“Gioconda Marinelli mi ha proposto questo gioco dei vocaboli e io, dopo varie perplessità, l’ho accettato. E devo dire che mi sono divertita. Ci siamo divertite” afferma Dacia Maraini, “Il ritmo è sempre stato un motivo di allegria per me: il ritmo delle parole, il ritmo del pensiero, il ritmo del ballo, il ritmo del respiro, il ritmo dei passi. (…) Il ritmo quindi è volo. Le parole scappano dalle mani e prendono a volteggiare per la pura gioia di tenersi sospese per aria. È un sogno che faccio spesso. Ecco io spero che leggendo questo libro si sia presi dalla voglia di giocare e di volare da un tetto all’altro solo per il piacere di farlo”.

Siamo davanti, dunque, a un alfabeto di pensieri condivisi in un’intervista atipica le cui domande invitano alla personale definizione di parole, ben 250, snocciolate in quell’ordine appreso a cinque anni, che sa di carta e inchiostro. Quanto può essere interessante e appassionante un testo così? Molto, se le parti coinvolte nel dialogo sono sincere e originali.
Emerge la Dacia Maraini, classe 1936, che noi, lettori appassionati, conosciamo: gentile e acuta, cortese e schietta, timida e disincantata, indignata e critica, consapevole ma mai pronta ad arrendersi, a deporre la penna in difesa dei diritti. Emerge una scrittrice in cui disciplina, ricerca storica e fantasia si fondono in giornate che paiono infinite, tanto è quanto, con naturalezza, riesce a fare. Una scrittrice, lo ribadisco, perché questo libro è fitto di citazioni letterarie esplicite ed implicite che ripercorrono le opere di Dacia: da “La lunga Vita di Marianna Ucria”, “Buio”, “Bagheria” “Dolce per sé”, “La bambina e il sognatore”, “Corpo felice”, fino a “Trio” e a “Tre donne”, e si intrecciano con libri altrui scritti un tempo lontano e oggi… o da scrivere ancora.
“Alfabeto quotidiano” è, quindi, un racconto intimo e pubblico, un incrociarsi di riflessioni che si fanno parole e in quest’ultima metamorfosi creano realtà in continui parti di idee e speranze. Dacia Maraini si concede senza timore di apparire meravigliosamente imperfetta, perfino contraddittoria e ironica, e non teme la semplicità complessa di un filosofico “non lo so”, che poi si converte in ipotesi, ancora in atto creativo, in materna risposta al mondo.
Madre mai giudicante se non verso i reati contro l’umanità e verso gli ultimi, donne incluse; lungimirante con l’ardire di poter sbagliare; capace di dire tutto, proprio tutto, ciò che le viene chiesto senza annoiare, perché altro ci sarebbe da formulare, perché il non detto deve essere bellissimo.

Ho il piacere e l’onore di intervistare Dacia Maraini in merito a “Alfabeto quotidiano” e non solo. Ho voluto esulare da domande troppo specifiche, le cui risposte si trovano nel libro, per attraversare rapidamente i temi trattati, lasciandoci trascinare dal vento della storia delle parole.

Quali parole mancano al nutrito vocabolario che viene presentato al lettore? A quali ancora avrebbe voluto rispondere?

“Francamente non so dare una risposta. Credo che le parole essenziali siano state affrontate. Ma la realtà è ampia e complessa e certamente ci sono tante altre parole che potrei commentare e raccontare”.
Attraverso le parole ci conduce lungo la sua storia personale, di donna e scrittrice, e lungo la Storia universale. Le due storie si scindono nella sua vita? Lei è una figlia del suo tempo che vola verso il futuro?

“Certamente la storia personale non può non intrecciarsi con la storia universale: una dipende dall’altra. Io mi considero una figlia del mio tempo, ma poi ciascuno vive il suo tempo secondo i valori che ama e secondo il carattere che si trova e secondo la sua particolare storia familiare.”

Molti lemmi del libro riguardano le donne, per svilire gli stereotipi sessisti, per riflettere sul movimento femminista, fino a dialogare sull’etimo che unisce il grembiule alla Sindone. Ma c’è anche una critica gentile, ma incisiva, all’abuso di certi temi, come l’associazione della Luna alla Donna, che invece non sempre ha corrispondenza semantica. Possiamo raccontare una storia partendo dalle origini e dalle evoluzioni delle parole? E se questa storia fosse al femminile quali parole sceglierebbe come esempi?

“La grammatica, soprattutto quella italiana che è strettamente legata ai generi, mostra una profonda misoginia. Il maschile rappresenta l’universale e il femminile il particolare. Se io dico “L’uomo è fatto a somiglianza di Dio”, tutto fila liscio: si intende che le donne sono o possono essere comprese in questo processo di sacralizzazione. Ma se dico “La donna è fatta a somiglianza di Dio,” si sente subito qualcosa che stona. Uno si chiede: E l’uomo? E poi Dio è sempre stato visto come un padre, un vecchio saggio con la barba, certamente non come un essere femminile.”
Dopo queste ulteriori riflessioni, fra i silenzi, le righe bianche, le pause immaginate, le palpebre abbassate sugli occhi azzurri c’è molto altro. C’è una Donna, una Vita, un Novecento e la manciata dei nostri anni del nuovo millennio, quelli che credevamo diversi, per alcuni meglio, per altri peggio, ma che la Pandemia ha reso spiazzanti come una Peste, una Punizione o una Possibilità. Proviamoci.

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