Italiani? Solidali e campioni nella comunicazione, ma anche trasgressivi e irriducibili ritardatari a cura di Grazia Mirabelli

1 Luglio 2022
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Italiani? Solidali e campioni nella comunicazione, ma anche trasgressivi e irriducibili ritardatari
a cura di Grazia Mirabelli

Chiacchierando con Eva Ravnbøl sul suo libro “Gud er italianer” pubblicato lo scorso aprile

Popolo fortunato, erede di un patrimonio artistico, culturale e paesaggistico di incontestabile, millenaria bellezza. Ma nel racconto di Eva Ravnbøl c’è anche molto altro, tutto ciò che fa dell’Italia il paese che è oggi. Uno scenario composito, in cui temi come famiglia, cibo, solidarietà, voglia di godersi la vita, ma anche politica, bunga bunga e sfiducia nello Stato, restano protagonisti, alternandosi sullo sfondo di un paese in cui la “dolce vita” rispecchia ancora l’indole degli italiani nell’immaginario collettivo, ma nei fatti resta ormai solo un ricordo.

Nel richiudere il libro di Eva si ha la sensazione di far fatica a spingere in giù la copertina, come se qualcosa pulsasse contro, impedendolo. È un movimento in divenire, fatto di atmosfere affollate, voci, fermento, paradossi, trasgressione, bella figura, passione, arte di arrangiarsi, anche a costo di spingere l’altro un po’ più in là per farsi spazio, magari benevolmente e con misura.
Tra le sue pagine Eva ci porta in giro per l’Italia, raccontandoci la solidarietà intorno ad una tavola improvvisata, tra le strade del dopo terremoto. Ma anche il dolore delle morti di Bergamo, in mezzo alla paura e lo sgomento dei giorni della pandemia.

Ad una lettura attenta si percepiscono le tante sfumature del carattere degli italiani, capaci di destare curiosità, nel bello e nel cattivo tempo, la loro capacità di affidarsi al fatalismo e alla passione per piccoli riti e grandi miti che incoraggiano ed aiutano a superare le difficoltà di ogni giorno. Guardare avanti, contando meno sulla presenza dello Stato, quanto più su sé stessi, ma sempre con filosofia e un pizzico di leggerezza. Un racconto quello di Eva, che risponde in pieno alle aspettative, a tratti generoso, mai severo, ma in cui poter individuare i tratti più riconoscibili degli italiani.

Dio potrebbe essere italiano
“Il titolo l’ho rubato al Corriere dello Sport perché mi è piaciuto tanto. L’idea di un Dio italiano è sicuramente audace e un po’ irriverente ma trovo che si adatti bene perché qui in Italia il nome di Dio viene nominato spesso. Dio quando uno è sollevato, quando uno è arrabbiato, Dio è proprio onnipresente. E poi ovviamente Roma è una specie di company town con il Vaticano, anche quello onnipresente e con i suoi moltissimi edifici e chiese dappertutto. Un luogo in cui la gente, anche se non è molto religiosa, comunque si riconosce nel cattolicesimo.

In Danimarca si sente molto parlare di preti pedofili, e giustamente perché è un vero scandalo e di certo l’ombra più buia sulla Chiesa cattolica, ma non dobbiamo dimenticare che la chiesa in Italia ha anche un ruolo molto positivo, con la sua rete di solidarietà a favore dei poveri e bisognosi, e che in occasione di questa pandemia è stata fondamentale nella cura delle fasce più deboli della popolazione”.

Riflettiamo su quanto, parlando di Italia, non si possa omettere Dio, attraverso simboli ed effigi percepito ovunque, presenza imprescindibile nel Paese.
Anche attraverso la ricchissima arte, poesia, architettura, letteratura, musica, di cui sono impregnate. Una connotazione non puramente religiosa, da cui trapela una matrice culturale e cattolica del Paese, spesso amata, a volte solo tollerata.

Roma, dove vive ormai da oltre trent’anni, è diventata la sua casa, lì Eva ha al suo attivo una famiglia italiana e un lavoro come giornalista, anche corrispondente per TV2. Attraverso la sua penna ed i suoi scatti, da anni racconta ai danesi di un paese che oggi, a tutti gli effetti è anche un po’ il suo, dimostrando di essere entrata perfettamente nelle dinamiche di ritmi e mentalità degli italiani.

Nel libro si percepisce quanto lei stessa abbia imparato a conoscere questa terra raccontandola, calandosi a fondo dentro una cultura fondata sulla bellezza e fatta per lo più di cose semplici, ma che presenta anche mille altre facce, più toste e complicate.
Il suo è un racconto affettuoso e puntuale, abbondante di dettagli, concetto base per gli italiani.
Ed Eva ha saputo coglierlo abilmente nell’esaltazione delle piccole cose della vita di ogni giorno, dove è proprio il dettaglio che fa la differenza.
Perché il poter fare la differenza per gli italiani è una questione di sopravvivenza.

Vecchi e famiglia
Immancabili protagonisti del libro, i vecchi, che Eva definisce spina dorsale della società per il ruolo che occupano come supporto allo Stato. I vecchi, spesso attivamente coinvolti nella vita di figli e nipoti e ancora capaci di sostenerli rendendosi disponibili a dare una mano nella vita pratica di tutti i giorni, nel prendersi cura di loro, ma anche contribuendo all’economia familiare. Forse per questo non trovano il tempo per fare altro, nemmeno per invecchiare, contribuendo a quel 25% di popolazione over 65, che fa dell’Italia un primato in Europa e che lo rende il paese dei vecchi, con un rapporto vecchi/bambini di cinque a uno.

Il libro di Eva è stato definito un po’ troppo generoso nei confronti di un paese di cui si discute molto, spesso diviso in due, dove essere pro o contro nel dibattito pubblico è un punto di partenza, dove la polemica regna sovrana e lo schierarsi resta elemento indispensabile per poter affermare le proprie libertà. Tutto ciò sembra emergere poco perché Eva in queste pagine ha scelto di raccontare soprattutto il bello di quello che incontra ogni giorno nei suoi viaggi. Aneddoti carismatici rendono autentico, a volte ironico il racconto, capace di trasmettere stile di vita, arte, amore per il buon cibo e il vino buono, ricerca del bello e del godimento della vita e dell’amore, come la storia di Amina e Antonio rispettivamente, 92 e 100 anni, insieme da sempre e il cui mantra è “mangiar bene e prendersela con filosofia”. Storie di personaggi che diventano filo conduttore della vita di ogni giorno, di un popolo a volte un po’ approssimativo ma geniale, che quando vuole sa essere serio e affidabile. Non tanto docile come si racconta, ma dall’anima generosa e suo malgrado immerso nella maestosità e bellezza di quello che lo circonda.

In Italia non passi mai inosservato
“Ci sono per fortuna tantissime cose che noi danesi abbiamo in comune con gli italiani, ma tantissime altre ci distinguono, prima fra tutte l’atteggiamento verso il prossimo. Secondo me gli italiani sono proprio campioni del mondo nella comunicazione fra estranei, e questa è una cosa che mi piace tantissimo. Puoi sempre metterti a chiacchierare con qualcuno al bar, alla fermata dell’autobus, con i vicini di casa, non sei mai solo un numero che passa inosservato, la gente ti nota perché come ha scritto Beppe Severgnini “in Italia vieni visto, non solo guardato”. Così, anche se sei in vacanza solo una settimana il cameriere del bar sotto l’albergo ti riconosce subito e forse ti chiede come mai oggi non hai portato tuo marito. Questa cosa mi piace assai perché stabilisce una connessione più immediata tra la gente, così come l’andare al mercato e chiacchierare con le persone di quello che devono cucinare la sera. E poi il prendersi piccole pause per andare a bere qualcosa al bar li rende meno stressati perché non hanno il fiato sul collo che per forza devono finire un lavoro entro quell’ora, e se finiscono un’ora dopo non vuol dire che sono pigri, come molti pensano, ma semmai che vita privata e vita professionale sono più intrecciate tra loro di quanto non succeda in Danimarca, ed anche questo aspetto mi piace molto.

Per quanto mi riguarda di questo paese amo molto il buon cibo e il clima mite che mi permettono di godermi la vita ogni giorno. C’è poi la grande bellezza della città in cui vivo, a cui non mi abituerò mai e che si rinnova ogni volta che faccio una passeggiata, ad esempio, al Gianicolo dove abito e dove mi sento molto privilegiata perché so che Roma non è solo questo. So bene che esiste anche una realtà dove la vita è più difficile, quartieri degradati, che ho visitato, parlando con le persone e raccogliendo testimonianze. Sono realtà dove si lotta anche solo per trovare un impiego, presenti qui a Roma come in altre città d’Italia che visito spesso, e dove la pandemia ha in qualche modo aggravato la vita costringendo le persone che il lavoro lo hanno perso, a volte lavoro sommerso, e non avevano alcun diritto a ristori da parte dello stato, a rivolgersi a organizzazioni come la Caritas per poter assicurare un pasto al giorno ai propri figli”.

In cosa resterò sempre danese
Nella puntualità, perché anche se mi piace molto la flessibilità degli italiani, quando parliamo del tempo quella è un’altra cosa. Anche a me qualche volta capita di arrivare cinque o dieci minuti dopo, ma quello che non mi piace proprio è il ritardo eccessivo, o quello cronico, ad esempio di ospiti che vengono a cena con un’ora, un’ora e mezzo di ritardo, il che rischia di diventare un atteggiamento accettato in partenza, quasi un’abitudine da dare come scontata.

Lì sento prevalere tutta la mia natura danese che mi porta invece ad avere una cognizione del tempo più precisa rispetto agli orari degli appuntamenti che ho preso. Così per un attimo divento più severa e mi dimentico delle tante cose che mi piacciono dell’Italia. Ma dopo un po’ già non ci penso più, tutto il bello riaffiora e presto torno ad essere quella di prima, un po’ italiana anch’io.

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