Il Grand Teatret ospita Festival del Made in Italy, un appuntamento che ormai si rinnova per gli amanti dell’Italia e del suo cinema di Grazia Mirabelli

8 Ottobre 2023
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Il Grand Teatret ospita Festival del Made in Italy, un appuntamento che ormai si rinnova per gli amanti dell’Italia e del suo cinema
di Grazia Mirabelli 

Lo scorso giugno il Grand Teatret ha ospitato il festival del Made in Italy, rassegna del migliore cinema italiano organizzata da Cinecittà, in collaborazione con l’Istituto italiano di Cultura di Copenaghen, e ormai giunta con successo alla sua sesta edizione.

Sette film di qualità che hanno portato al pubblico danese uno spaccato della società italiana, di quel sentimento che ne attraversa le cronache, del costume che ne tratteggia il racconto in storie ricche e variegate, ma anche di fenomeni sociali come quello del malessere di una città. Lo struggimento, il tempo della memoria e il passato che ritorna sono al centro di Nostalgia, di Mario Martone, una delle sette opere proiettate, film capace di trasferire sapientemente l’animo umano che si alloga, rispecchiandosi e ritrovandosi in una città ricca di suggestione come Napoli.

“Fare Nostalgia è stata per me un’esperienza toccante, che ha lasciato il segno. Si trattava di portare al pubblico un personaggio intenso che, anche se appare per un tempo contenuto, resta comunque un punto fermo della storia”.

Esordisce così Tommaso Ragno, che accompagna il film a Copenaghen e che incontriamo ai margini della proiezione. Un bell’uomo dalla grande presenza scenica che sotto quella zazzera bianca e quello sguardo denso nasconde Oreste, personaggio da sempre dedito al male, pur se ancora capace di riprovare le emozioni dell’adolescenza nell’incontro con l’amico di un tempo, amico che sarà costretto a rinnegare fino in fondo a costo della sua stessa vita.

“Il film Nostalgia ripropone un sentimento di fatalità tragica nel senso antico, ma anche di tenerezza, lo vedo come un racconto mitico dove non importa se una cosa è accaduta, importa che sia vera, che possa aderire all’animo umano. È un po’ come pensare al racconto di Ulisse che ci mette dieci anni per tornare a Itaca e tutto quello che porta dietro nel suo viaggio sono questi incontri, manifestazioni anche spirituali, misteriose… perché Napoli è una città misteriosa, pur nella sua apertura, una città geograficamente estroversa, la vedi ma porta in sé anche qualcosa di maternale, di uterino, un grembo materno che dà stupore ma a cui non ti adegui mai perché si rinnova continuamente. Ho la sensazione che Napoli contenga, abbia mille facce, mille strati, proprio come la sua storia. Il rione Sanità è un luogo che accoglie la vita e la morte in un senso sacro, spirituale, ricco di umanità che circola. Per il film è stato molto importante l’apporto che il popolo di quel quartiere ha dato, persone del luogo che si sono integrate alla vicenda, contribuendo a manifestare l’atmosfera racchiusa in quelle scene e che Mario Martone ha magistralmente saputo cogliere creando emozioni intense”.

Quali emozioni ti ha regalato Oreste?

Un’opera può dare più emozioni di un’altra? Io ho le stesse emozioni per tutti, so quanto sia difficile che una cosa venga fatta, quanto sia facile che una cosa possa non essere fatta, non do mai niente per scontato. Mi considero un attore fortunato, sulla mia strada ho incontrato grandi persone e questo non ha niente a che fare con l’essere bravo o meno perché il nostro percorso ha a che fare con la fortuna che hai se qualcuno ti vede, se non resti invisibile. Il merito di un attore che riesce è soprattutto in chi lo ha saputo vedere, riconoscere, perché questo è un lavoro che si fa insieme, come qualsiasi cosa in fondo, nessuno è staccato dal proprio ambiente e da soli sarebbe impossibile.

L’arrivo a questo film è stato per me un punto di reincontro con Mario Martone a distanza di trenta anni. Ma è stata anche una scommessa importante perché io non sono un attore napoletano e riprodurre un suono come quello napoletano, che è molto difficile, ha richiesto studio ed esercizio perché niente viene da sé, il talento va coltivato per rimanere vivo.

In fondo la bellezza di questo lavoro è proprio questa, che non ha niente di naturale, è tutto un artificio. Un bravo attore è colui che vive una vita nuova ogni volta, che emoziona il pubblico costruendo quell’artificio con cura e dedizione e coinvolgendolo al punto tale da far sembrare che tutto sia nella natura delle cose.

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Nel prossimo mese di novembre ancora una volta il Grand Teatret farà da cornice ad una rassegna di film italiani, stavolta sull’universo femminile. Una due giorni di proiezioni in cui artiste del cinema visiteranno Copenaghen con i loro film incontrando i colleghi danesi e aprendo un dibattito sul tema “La donna nell’arte cinematografica”.

Tutti sono invitati a partecipare.

Per aggiornamenti www.grandteatret.dk

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