I guerrieri del mare: la storia infinita dei Bronzi di Riace di Lisa Luca

1 Ottobre 2026
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I guerrieri del mare: la storia infinita dei Bronzi di Riace
di Lisa Luca

Calabria. È mezzogiorno del 16 agosto 1972, e il mare davanti a Riace Marina è di un azzurro trasparente. Sott’acqua, il sub romano Stefano Mariottini si allontana dalla spiaggia affollata per esplorare da solo i fondali. A otto metri di profondità vede spuntare qualcosa di indefinito: sembra una spalla. Pensa a un corpo, si spinge più giù, e capisce che quello che vede è metallo, inconfondibilmente umano nella forma. È l’inizio di una delle scoperte più clamorose dell’archeologia italiana.

È Ferragosto, e alla Soprintendenza di Reggio Calabria non risponde nessuno: Mariottini rintraccia il soprintendente Giuseppe Foti solo alle nove di sera. Cinque giorni dopo i sommozzatori dei Carabinieri di Messina issano le due statue, quattrocento chili l’una, con funi e palloni gonfiabili, il 21 e il 22 agosto. Sulla spiaggia si radunano già centinaia di curiosi, primo anticipo di un entusiasmo che travolgerà l’Italia in pochi anni.

Chi sono, davvero, quei due uomini alti quasi due metri, con la barba a riccioli e il corpo perfetto?

Ancora oggi non lo sappiamo con certezza: da allora si chiamano semplicemente Bronzo A e Bronzo B, perché nessuna iscrizione ha mai chiarito chi rappresentino. Databili al V secolo a.C., sono forse opera della stessa bottega: c’è chi pensa a Fidia, chi a Policleto, chi a Pitagora di Reggio, ma nessuna ipotesi sembra prevalere.

La tecnica, però, la conosciamo bene: il bronzo colato in stampi di cera, i pezzi saldati uno per uno, fin nei riccioli della barba, i denti in argento, le labbra e le ciglia in rame, gli occhi in calcite bianca e pasta di vetro. Per decenni le tracce di terra trovate all’interno delle statue hanno fatto pensare ad Argo, in Grecia, come patria dei due guerrieri: un’origine oggi rimessa in discussione da un nuovo studio.

Restaurate a Firenze tra il 1975 e il 1980, le due statue furono presentate al pubblico il 15 dicembre di quell’anno e, dopo una tappa al Quirinale ospiti del presidente Pertini, tornarono per sempre a Reggio Calabria l’anno successivo. Giuseppe Foti, il soprintendente che per primo ne aveva riconosciuto il valore, morì appena due mesi dopo il loro rientro definitivo, a cinquantanove anni. Da allora sono state sottoposte ad altri due interventi, tra il 1992 e il 1995 e poi tra il 2009 e il 2013: quest’ultimo, curato dal restauratore Nuccio Schepis con Paola Donati, restituì il respiro a uno dei due guerrieri, liberandone la bocca da otto centimetri di terra cementata da 2500 anni.

Quando sembrava che ogni ipotesi fosse stata esplorata, alla fine del 2025 un nuovo studio ha riportato i Bronzi al centro della scena, mettendo in discussione la loro origine.

Un gruppo di quindici esperti delle università di Catania, Messina, Palermo e della Calabria, guidato dal geologo Rosolino Cirrincione, ha incrociato dati chimici, geologici e storici per ricostruire il percorso delle due statue.

Il punto di partenza è semplice: la terra dentro le statue dice dove furono forgiate, l’argilla che le unisce dice dove furono montate.

La prima corrisponde al delta del fiume Crati, in Calabria, nella zona di Sibari: i Bronzi sarebbero stati fusi lì, forse nella bottega di Pitagora di Reggio. La seconda arriva da Siracusa, alla corte dei tiranni Gelone e Ierone: lì le statue sarebbero state innalzate, forse per celebrare la vittoria sui Cartaginesi a Himera nel 480 a.C. Sulla loro identità circolano diverse ipotesi: c’è chi li vuole Eteocle e Polinice, del mito tebano, ma una rilettura recente propone che il Bronzo B sia Gelone, raffigurato disarmato.

Le analisi biologiche completano il quadro: gli organismi marini sul bronzo vivono solo tra 70 e 90 metri di profondità, non negli otto di Riace. Le statue sarebbero dunque rimaste per duemila anni in acque più profonde al largo di Siracusa, inabissate nel saccheggio romano della città nel 212 a.C. Sarebbero arrivate a Riace solo poco prima del 1972, nascoste da trafficanti d’arte pronti a venderle all’estero: un piano sventato dal tuffo di Mariottini.

La casa dei Bronzi resta comunque il Museo di Reggio Calabria. Ma la loro carta d’identità, cinquant’anni dopo, sembra finalmente riscritta: forgiati in Calabria, assemblati in Sicilia, naufragati al largo di Siracusa, riemersi per un caso fortuito a Riace.
C’è poi un’altra storia, meno scientifica ma non meno vera: quella del Paese intero che si innamorò di due guerrieri di bronzo.
Quando le statue furono presentate a Firenze, il 15 dicembre 1980, accadde qualcosa che nessuno aveva previsto: un’esplosione di entusiasmo popolare che i giornali dell’epoca faticarono a descrivere.

In un solo mese arrivarono 250.000 visitatori, e in sei mesi i visitatori fiorentini sfiorarono i 400.000: Firenze non voleva più lasciarli andare, Reggio Calabria li reclamava a gran voce.
Fu Pertini a volerli in tappa al Quirinale prima del rientro in Calabria: vi restarono dodici giorni, ma bastarono ad attirare altre 300.000 persone. In totale, tra Firenze e Roma, furono oltre 700.000 le persone in fila per loro.
Fu allora che nacque il mito dei Bronzi come lo conosciamo: non più un reperto, ma un fenomeno di costume, un tormentone che attraversava famiglie e generazioni.

La gita scolastica organizzata, la foto rituale davanti alle vetrine, la domanda tra amici come un rito di passaggio: “li hai visti anche tu i Bronzi?”.

C’era, in quella corsa collettiva, anche qualcosa di più intimo. La Calabria, terra spesso associata solo all’emigrazione o alla cronaca nera, diventava per una volta il centro dello sguardo di tutta Italia, motivo di orgoglio per chi vi era nato o aveva le radici. I nonni che portavano i nipoti a Firenze o a Roma prima che i Bronzi tornassero per sempre a Reggio Calabria, i pullman dei circoli ricreativi, le lunghe file, le cartoline spedite ai parenti emigrati al Nord: frammenti di memoria familiare intrecciati con la grande Storia.

Già nel 2015, in un libro dedicato al «buono e cattivo uso» dei Bronzi, lo studioso Salvatore Settis e l’archeologo Maurizio Paoletti denunciarono un paradosso: statue celebratissime ma, nei fatti, lasciate sole, più sfruttate in spot e gadget turistici che davvero comprese e raccontate.

Oggi quella febbre sembra un ricordo sbiadito: difficilmente due statue fermerebbero oggi un’intera città per mesi. Eppure, per chi le ha viste da bambino in fila con la famiglia, a Firenze, a Roma o a Reggio Calabria, quei due volti di bronzo restano legati a un’immagine precisa, un’Italia unita per una volta nell’ammirazione per un pezzo di storia riemerso dal mare. E chissà cosa il futuro racconterà ancora di loro.

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