Gli occhi di zio Alberto – Intervista a Pif discendente di Bertel Thorvaldsen di Giulia Longo

19 gennaio 2018
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Gli occhi di zio Alberto – Intervista a Pif discendente di Bertel Thorvaldsen
di  Giulia Longo

– Si fa poesia militante, chiacchierando con Pif. Cinematograficamente, la poesia si fa da sé mentre si parla, in presa diretta, e fa guardare faccia a faccia ciò che c’è da vedere, spronando a farlo con i propri occhi. Ad aprirli e a dire cos’è che appare, senza censure. Nel 2015 lo avvicinai da filologa del Museo Thorvaldsen, presso il cui archivio avevo decifrato e trascritto centinaia di documenti dei generi più vari, dalle spese mensili ai sonetti intonati in osteria, dalle composizioni inedite di Donizetti agli incarichi di Antonio Canova che, nel giovane Bertel venuto dal Nord, già scorgeva il suo pupillo. Pif ne è il discendente. Come il suo illustre antenato in Italia si faceva chiamare Alberto, così Pierfrancesco Diliberto è per tutti Pif. Poeticamente In Forma.

2017: Pif è di ritorno a Copenaghen. Stesso posto, la Danimarca, e stesso luogo, la Cinematek, ma con un film diverso: come riassumeresti il periodo tra il 2013 – anno di uscita de La mafia uccide solo d’estate – e il 2016, in cui hai trionfato con In guerra per amore?
Il 2014 è stato un anno bellissimo da una parte ma travolgente dall’altra, perché non è stato facilissimo gestire il tutto: è come se ognuno chiedesse un pezzettino di te e a te scoccia dire di no e glielo dai, però a un certo punto di te non rimane più niente e quindi devi imparare a fermare l’entusiasmo e a dire un po’ di no. È stato quindi abbastanza traumatico però anche parecchio formativo, com’è stato formativo fare il secondo film, dove ho imparato molto di più rispetto al primo che era più incosciente… Sono anni travagliati, certe volte stancanti, stressanti, però mi hanno insegnato davvero tanto.

Il primo curioso scoprirebbe subito qual è l’illustre personaggio danese da cui discendi, visto che compare fieramente tra le tue “origini”. Che legame hai con «zio Alberto»?
Quando c’era mia nonna era più presente, se ne parlava, in famiglia siamo una ventina, ed è una cosa che ci lega molto… C’è un suo pezzo unico, originale, suo: un putto in marmo che gira tra di noi. In realtà, la tradizione di famiglia voleva che lo ereditasse il primo maschio, poi mio zio decise di cambiare questa regola e quindi ora appartiene a tutta la famiglia; adesso è a Palermo, e credo che tecnicamente non possa uscire dall’Italia, perché è un bene inestimabile, e a me fa ancora piacere ogni tanto andarlo a vedere, perché io ci ho passato parte della mia infanzia, e poi abbiamo pure un ritratto, noi, di zio Bertel: io ci giocavo e lui mi guardava, quindi per me è familiare.
Fa ridere perché in Italia, a Roma, lo conoscono come capolinea del tram numero 3: a Roma esiste la linea “Thorvaldsen 3”, mentre qui in Danimarca è un eroe nazionale ed io vengo accolto come se fossi il figlio di Dante!

Un critico ha scritto: «il soldatino Pif sbeffeggia la mafia». Per i danesi, il primo pensiero andrebbe ad Andersen ed al suo soldatino di stagno, o al bambino della favola “I vestiti nuovi dell’imperatore”…
Sì, dove c’è il bambino che è l’unico che dice: «Il re è nudo». C’è un po’ questo bambino e il soldatino, ci sono tutti e due… Il mondo usato ne La mafia era un po’ quello del «re nudo»: il bambino non ha ideologie, è ancora privo di pensieri, è molto elementare ma concreto, efficace, diretto. Ecco: i bambini sono diretti. L’altro giorno, a un “Festival del libro”, un bambino mi ha detto: «Ho letto un libro di Italo Calvino ed era noioso», e tutti: «Oooh!», invece io gli ho detto: «Questo è l’approccio giusto: se ti annoia, t’annoia, va detto», poi non vuol dire che valga per tutti… voglio dire: a me m’annoia, a te t’entusiasma, non è che siamo tutti succubi di Calvino, e questo approccio è giusto per giudicare anche cose che vanno comprese a fondo come la mafia, la collusione, un po’ tutto, perché appunto, il bambino vede che è nudo e dice: «Guardate che è nudo»… È un approccio che mi piace: è puro, fanciullesco, e mi piacerebbe mantenerlo. Io stesso sono così.

In guerra per amore è dedicato a Ettore Scola. Molti hanno notato somiglianze con La vita è bella e con Forrest Gump: a chi ti sei ispirato realizzando il film?
Forrest Gump è la panchina e il personaggio un po’ tonto, così… La vita è bella è tutto, metto le mani avanti: tutti i film che farò ricorderanno La vita è bella, perché è l’operazione cinematografica più riuscita del mondo, l’unione, il mix tra commedia e dramma, e siccome io tenderò sempre a unire la commedia al dramma ne trarrò sempre ispirazione. A Forrest Gump in realtà pensavo più nel primo film. Nel secondo non avevo un modello, volevo fare un film sulla seconda guerra mondiale, sui partigiani, e poi la moglie di Michele, il co-sceneggiatore, disse: «Ma perché non fate un film sullo sbarco in Sicilia, ché nessuno ne ha parlato?!», ed effettivamente nemmeno il cinema americano se ne era mai occupato!

I protagonisti di entrambi i tuoi film si chiamano Arturo Giammarresi e Flora Guarneri. Nei titoli di coda si ringraziano «i veri Arturo e Flora»…
Sono mia nipote e il figlio di una mia amica, che, senza che i loro genitori lo sapessero, sono nati nello stesso ospedale a un giorno di differenza. C’è una foto storica di Arturo piccolissimo che tenta di baciare Flora che si gira e non lo guarda neanche, quindi per me è un po’ un gioco romantico, sì.

Da siciliano, che rapporto hai con Il Gattopardo?
Noi – lo dico provocatoriamente – noi dobbiamo uccidere il Gattopardo, soprattutto quello che c’è dentro di noi, perché con questo siamo vittime ma anche carnefici. Io voglio raccontare quello che si vede: quello che c’è. I veri colpevoli della mafia sono i siciliani: fino a quando non vorranno sconfiggerla, non verrà sconfitta da nessuno. Però, perché non essere ottimisti? La vita di Arturo del film era una cosa, la vita di un Arturo di oggi è migliorata, quindi, in un paese, in una regione in cui niente deve cambiare, non è vero: le cose cambiano, lentamente, ma cambiano. Il Gattopardo, invece, ci dà quell’alibi culturale che giustifica il non muovere un dito per cambiare le cose… e in realtà il Gattopardo non diceva cose false però è un romanzo degli anni ’50 che raccontava il secolo prima, e insomma, saranno un po’ cambiate le cose, ancora ci trasciniamo ‘sto Gattopardo?! Quindi: opera letteraria meravigliosa, ma siamo nel 2017. Basta col Gattopardo!

Soddisfatto di In guerra per amore?
In realtà volevo un finale completamente pessimista visto che è tutta quella situazione che porta alla mafia di Totò Riina, quindi c’è poco da essere ottimisti. Mentre La mafia uccide solo d’estate era ottimista, qui c’è stata una lunga discussione dove mi chiedevano di sedermi sulla panchina e vedere subito Flora, invece io volevo un momento di solitudine, di sconfitta totale su tutti i fronti, e alla fine abbiamo fatto una cosa democristiana, con Flora che appoggia la lotta di Arturo. Ma per quei tre secondi di film almeno un mese e mezzo di discussione!

Hai una foto con un’opera di zio Alberto?
No, però una volta in un servizio fotografico hanno messo una mia foto di profilo e a fianco un ritratto di Thorvaldsen giovane, anche lui di profilo, aspetta che la trovo!

Guarda che nei tuoi occhi c’è…
E allora ora vediamo!

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Pierfrancesco Diliberto nasce il 4 giugno 1972 a Palermo.
Nel 1998 diventa autore televisivo (Candid & Video Show e Le Iene) firmando i suoi servizi con il nome d’arte di Pif Nel ’99 è assistente regista di Franco Zeffirelli (Un tè con Mussolini), e nel 2000 di Marco Tullio Giordana sul set de I cento passi.
Con La mafia uccide solo d’estate esordisce come regista nel 2013 vincendo due David di Donatello, un Ciak d’oro, un Globo d’oro, un European Film Awards e due Nastri d’Argento.
Nel 2016 si aggiudica il prestigioso Premio David giovani con il film In guerra per amore, presentato a Copenaghen nell’ottobre 2017, evento organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con Cinemateket .
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Bertel Thorvaldsen a Roma ebbe due figli: Carlo Alberto (1806-1811) ed Elisa Sophia Carlotta Thorvaldsen (Roma 1813 – Albano 1870).
Sposando nel 1832 Fritz Paulsen, Elisa generò la dinastia dei Paulsen da cui Pif discende per via paterna.

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