Copenaghen, tra passato e futuro con leggerezza di Grazia Mirabelli

21 settembre 2018
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Copenaghen, tra passato e futuro con leggerezza
di Grazia Mirabelli

Fabio Ruggirello lascia, dopo oltre cinque anni di proficuo lavoro, la conduzione dell’Istituto italiano di Cultura con sede a Copenaghen. Lo abbiamo incontrato per scoprire che non saremo solo noi a sentire nostalgia per lui, e per quello che con un tocco personale ha saputo realizzare nel suo delicato lavoro di scambio culturale tra i due Paesi. Anche lui porterà con sè bei ricordi della realtà danese a cui si è in qualche modo legato, e che ci racconta così.

Parliamo di Copenaghen ,cosa ti lascia oggi, in prossimità della partenza?
Per chi, come me, cambia spesso Paese per lavoro, il rapporto con la città in cui si abita passa attraverso alcune fasi che di solito sono ben definite. Copenaghen è arrivata nella mia vita quasi inaspettata, ma dopo un bel numero di cambi di residenza, tra cui un paio intercontinentali, così da potermi permettere di restare lucido e non scambiare il mio iniziale e crescente interesse per la città, con un vero e proprio innamoramento. Appena arrivato ero pronto a tuffarmi nella nuova realtà, animato da grande curiosità e desiderio di scoperta, consapevole però che alla fase iniziale sarebbe fisiologicamente subentrata quella del calo di entusiasmo. Ma nel tempo ho realizzato a mie spese che a Copenaghen non ci si tuffa, la città è refrattaria agli impatti troppo bruschi e, nel corso degli anni, ho imparato che vi si puó entrare solo con discrezione, ascoltando e uniformandosi al suo respiro profondo. In compenso la Danimarca e la sua capitale hanno continuato a sorprendermi positivamente per tutta la durata della mia permanenza. Fra me e Copenaghen quindi non è stato amore a prima vista, si è trattato di un lento e costante avvicinamento reciproco che mi ha riconciliato con l’idea che in una città, ancora oggi, si può vivere molto bene, e che a poche settimane dal momento in cui la lascerò mi fa pensare che ho abitato a Copenaghen per 5 anni e mezzo ma che Copenaghen abiterà in me per il resto della mia vita, e questo mi sembra un regalo straordinario che questo Paese mi ha dato.

Cosa significa oggi rappresentare la cultura italiana all’estero?
Promuovere la lingua e la cultura italiana, in un Paese già profondamente innamorato dell’Italia, è stato per me un impegno molto piacevole e motivo di grande soddisfazione. Ma se da un lato è importante non smentire le alte aspettative di qualità che ha chiunque si avvicini ad un evento culturale italiano in Danimarca, dall’altro ho cercato di operare proprio sul fronte di tali aspettative, per provare ad allargare l’offerta culturale e, ove possibile, a smentire alcuni clichet consolidati. In Italia, e ancora di più all’estero, cultura italiana significa spesso tutela e promozione del patrimonio esistente, giustamente direi, anche grazie alla straordinarietà di quello che abbiamo ereditato dal nostro passato; tuttavia sono convinto che sia altrettanto importante per il nostro Paese dare spazio a chi la cultura la intende come produzione, sperimentazione, confronto nella contemporaneità, affrontando sfide e tematiche del presente e del futuro. In questo senso la Danimarca mi ha regalato un’esperienza nuova e una prospettiva diversa.
Pian pianino ho cominciato ad osservare in una luce più giusta quello che accade oggi in Italia, sul fronte della ricerca artistica e della produzione culturale, e l’ho potuto fare dal punto di osservazione privilegiato di un Paese come questo, in cui l’interazione fra il contemporaneo e il passato avviene con una leggerezza invidiabile e sempre in modo dialettico.

Come salutare allora la bella Danimarca ed i danesi?
Non tutto quello che ho vissuto in questo Paese mi ha colpito in positivo, soprattutto negli ultimi anni ho notato con dispiacere il riaffacciarsi di una tendenza di parte della società danese a ripiegarsi su se stessa, fenomeno cui purtroppo assistiamo in tutta Europa, da Sud a Nord. Sono tornate di moda parole e idee che si ispirano alla chiusura, alla difesa del vecchio, piuttosto che all’apertura e all’accoglienza del nuovo. Il recente dibattito sui porti, anche in Italia, mi ha fatto venire in mente che il nome stesso København contiene in sè la parola “porto”, l’essere “porto” appartiene quindi al DNA di questa città. Non esiste crescita culturale dove non c’e’ scambio, il concetto di “porto” sottintende l’idea dell’apertura, del confronto e dell’arricchimento reciproco che puó nascere solo dall’interazione fra esseri umani che provengono da posti diversi. I porti sono per definizione luoghi in cui le culture si incontrano, si conoscono, si contaminano. Nell’andare via da questa meravigliosa città le auguro di mantenersi sempre così aperta, internazionale, curiosa e fiduciosa nei confronti del diverso, di ciò che arriva dall’esterno, così come l’ho conosciuta al mio arrivo.

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