Faccio un figlio o mi tengo il lavoro? di Monica Lucignano

12 novembre 2018
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Faccio un figlio o mi tengo il lavoro?
di Monica Lucignano

La famiglia italiana sta attraversando una fase di cambiamento, profondamente e rapidamente: nasce più tardi, conserva dimensioni sempre più ristrette e assume nuove caratteristiche, tra cui la perdita di centralità del matrimonio e l’introduzione di nuove tipologie familiari. Dal maggio 2016, l’Italia è infatti tra quei paesi che riconoscono la legittimità delle unioni tra persone dello stesso sesso.

E come accadde per la normativa sul divorzio nel 1970, la legge Cirinnà, con l’introduzione delle unioni civili, ha permesso all’Italia di entrare nel novero dei paesi che riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso.
Un provvedimento necessario per regolarizzare una situazione già de facto, con tutte le conseguenze culturali e sociologiche che ruotano intorno al concetto sempre più desueto di famiglia tradizionale.

Nuovi modelli familiari
E così nuovi modelli di famiglia trovano spazio accanto a quello tradizionale, composto da genitori di sesso diverso, i cui dati ufficiali non sono confortanti se si considera che la percentuale delle separazioni per i matrimoni lunghi, (unioni con una durata di 17 anni) si attesta intorno al 23,5%, tra i quaranta-cinquantenni e si prevede interessi in futuro gli under 40, con conseguente durata media del vincolo matrimoniale intorno al lustro. Ormai tristemente adusi alle ripercussioni -talvolta devastanti- di un divorzio, sia dal punto di vista emotivo che economico, gli italiani spesso rifuggono dal contrarre matrimonio (in calo sia quelli religiosi che quelli civili) a favore della convivenza. Ciò non esula però la coppia che decide di procreare, dal rispetto della normativa vigente in materia di diritto di famiglia (affido parentale, genitorialità congiunta, patria potestà, regolamentazione del diritto di visite etc.).
In questo quadro complessivo del cambiamento si inserisce un progressivo aumento dei nuclei monogenitoriali, per lo più costituito da donne, con un conseguente calo delle nascite, anche dovuto al basso tasso di occupazione femminile, meno della metà delle donne italiane infatti ha un lavoro. E così la primipara attempata è figura sempre più frequente nei reparti di maternità, malgrado i dati ufficiali parlino di neomamme che da poco hanno superato la soglia dei trenta. Ma nemmeno la scelta di fare più di un figlio dopo i 40, come quella dell’attrice Monica Bellucci, risulta essere diffusa tra le italiane, con una media di 1,27 figli pro capite, a fronte dell’1,95 delle donne straniere residenti in Italia.
Nel Paese in cui per tradizione la famiglia ha occupato da sempre una posizione di spicco, la chiave di lettura di questo cambiamento sembra essere strettamente legata alla dicotomia lavoro-figli. Ben lontane dal refrain di “Chi non lavora, non fa l’amore” (allegro motivetto degli anni ’70) le donne italiane, causa l’ assoluta mancanza di politiche a supporto della natalità, sono sempre più spesso costrette a scegliere tra una carriera soddisfacente e una famiglia con figli, anche a causa della difficoltà di accedere al mondo del lavoro, alla crescente precarietà, al prolungarsi dei tempi necessari per raggiungere un’occupazione stabile.
In compenso lo Stato italiano ha predisposto un aiuto alle famiglie, assegnato in base al reddito, e che viene erogato fino al compimento del primo anno di età del bambino. Ma a quel punto la madre lavoratrice è ormai spesso tornata al lavoro da diversi mesi, o ha scelto di rimanere a casa facendo ricorso all’istituto dell’aspettativa non retribuita, grazie alla quale le viene assicurata la conservazione del posto di lavoro ma non l’erogazione dello stipendio.

L’enorme supporto dei nonni
Ed ecco che, sempre più spesso, giardinetti, parchi pubblici e posti di ritrovo si animano, rallegrati dalla presenza di nonni piú che settantenni, che portano in giro paffuti frugoletti negli ultra accessoriati passeggini, segno evidente delle carenze di un sistema che offre una disponibilità di asili nido intorno al 20%, distribuiti da nord a sud, con prevalenza nelle regioni settentrionali, a fronte del 33%, quota minima stabilita dall’ Europa. Oppure,in attesa che il pargolo venga accolto da queste istituzioni, le cui liste d’attesa sono molto lunghe, l’unica alternativa resta la struttura privata o la baby sitter, spesso con ulteriore aggravio per il bilancio familiare.
A poco a poco, mentre l’Italia si va distaccando dal concetto di famiglia tradizionale, per come era intesa negli anni 60, paradossalmente sembra tornare a quello standard di famiglia strettamente legato ad un’economia contadina del passato, in cui la convivenza tra diverse generazioni, poi definita famiglia allargata, era una prassi comune, talvolta necessaria, sicuramente ricca di stimoli esperenziali ed emotivi.

 

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