La conquista della luna è anche un po’ italiana di Generoso D’Agnese

15 Novembre 2019
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La conquista della luna è anche un po’ italiana
di Generoso D’Agnese

Ha passato la vita a guardare le stelle ma con i piedi ben piantati per terra, e oggi, 50 ANNI DOPO, osserva ancora con orgoglio la Luna. Nel 1969 c’era anche lui nell’enorme macchina tecnica che realizzò il sogno dell’uomo di mettere piede sul satellite della Terra.

Joseph Novello, in pensione dal 2006, non ha mai perso l’entusiasmo per la cosmonautica e la fisica astrale, e quel giorno del 20 luglio 1969 (quando in Italia eravamo già al 21 luglio) se lo ricorda bene. Ricorda con emozione la celeberrima frase di Neil Armstrong, titubante sulla scaletta del LEM Eagle e quel piede sinistro poggiato sulla superficie gessosa della Luna, segnando lo sbarco del primo uomo al mondo su un corpo extraterrestre.
“Sarà un piccolo passo per un uomo, ma un gigantesco passo per l’umanità”.
Le parole dell’astronauta Armstrong, quel 20 luglio del 1969, fermarono per qualche ora il fiato del Mondo e sancirono con l’euforia globale il successo del progetto Apollo.
«Credo che siano stati molti gli italiani e italo-americani che contribuirono al successo dei progetti spaziali, e tra questi sicuramente vi era il mio amico Giovanni Scialdone, che realizzò un pannello per proteggere le astronavi dalle contaminazioni esterne quando queste sono in orbita, e un propulsore elettrico per variazioni di orbite e spostamenti nello spazio.»
Joe Novello, nato a Montazzoli (Chieti) nel 1941, conseguì il Master in ingegneria elettronica al New Jersey Institute of Technology nel 1965, e venne assunto nella sede Nasa del Goddard Space Flight Center a Greenbelt, nello stato del Maryland. Novello è forse una delle ultime memorie storiche di quella straordinaria avventura terminata nel 1972 con Apollo 17. E ricorda con emozione i contributi di diversi specialisti italiani che in pochi accostano al successo dell’Apollo, ma che furono fondamentali per la conquista della Luna.
«Ho creato il programma per guidare le antenne usate nelle missioni Gemini e Apollo, in seguito ho contribuito a disegnare il primo computer digitale per navicelle spaziali.»
Gian Giuseppe Scialdone, nato a Vitulizio (Caserta) nel 1926, fu direttore del Centro Voli Aerospaziali Goddard della NASA contribuendo al progetto di un’astronave che potesse contenere i più sofisticati strumenti per il volo nello spazio.

Scialdone fece parte del gruppo di studiosi impegnati nella realizzazione della Missione Apollo ma il contributo italiano iniziò già con gli studi del professor Gaetano Crocco (nato a Napoli nel 1877) che nel 1951, dieci anni prima del volo di Jurij Gagarin, progettò un avveniristico vettore a stadi paralleli invece che sovrapposti. Antonio Ferri (nato a Norcia nel 1912) studiò per primo i motori ramjet e scramjet per velivoli prossimi ai 10.000 km/h, risolvendo i problemi termici di rientro delle capsule spaziali. L’ingegnere aeronautico Francis Rogallo, nato nel 1912 in California, realizzò un paracadute per l’atterraggio morbido di veicoli e satelliti di ritorno dai voli spaziali Gemini e Apollo mentre Filippo Pagano, nato a Terrasini nel 1928, costruì la strumentazione di bordo della navicella che Neil Armstrong portò sul suolo lunare. Il suo nome è inciso su una speciale targa (assieme a quello di tutti gli altri specialisti impegnati nella missione dell’Apollo 11), depositata sul suolo lunare da Armstrong.

La prima permanenza sulla Luna durerà 2 ore,15 minuti e 12 secondi e segnerà l’apice del successo della NASA, destinata a diventare per decenni il sogno professionale di molti ragazzi. Un sogno di cui fu protagonista Rocco Petrone, nato nel 1926 ad Amsterdam di New York, originario di Sasso di Castalda (Potenza).
«Nei tanti anni passati in sala comandi, tutti mi chiedevano se fossi stato io a premere il bottone che ha portato l’uomo sulla Luna. Ho sempre ripetuto la risposta di Eisenhower: il merito è di tutti coloro che hanno preso parte all’impresa. Io mi sono limitato a controllare quello che facevano gli altri. Ma se la spedizione si fosse risolta in un disastro, la colpa sarebbe stata senz’altro del sottoscritto.»

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