La Sirenetta Tra Napoli e Copenaghen di Daniela Marra

16 Luglio 2020
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La Sirenetta Tra Napoli e Copenaghen:
dietro le quinte di una favola, le orme di una città 
di Daniela Marra

Ferma e silenziosa all’ingresso del porto di Langelinie, crocevia di scambi, gioie, amori e dolori, siede malinconica una minuta creatura di bronzo su una roccia di granito baciata dal mare e incorniciata dal volo dei gabbiani, che si librano nel tenue cielo di Copenaghen.

L’affascinante figura è una sirena nell’atto metamorfico: la coda appare doppia e si intravedono le gambe, lo sguardo vago e perso rincorre l’orizzonte lontano, indefinito. C’è un tesoro di memorie e suggestioni, nascosto in questa piccola sirena bronzea, divenuta nel tempo simbolo composto della città, che accoglie i viaggiatori. Era il 1909 quando Carl Jacobsen, figlio del fondatore di Carlsberg, assisteva alla Sirenetta del Royal Danish Ballet. Rapito dall’adattamento in balletto della favola omonima di Hans Christian Andersen, decise di commissionare a Edvard Eriksen, artista danese, una scultura che rappresentasse la sirenetta. Ellen Prince, prima ballerina del Teatro Reale di Copenaghen, incantò il committente con la sua malinconica bellezza e il talento e fu scelta come modella per la scultura, a cui diede solo il volto, essendosi rifiutata di posare nuda. Il corpo della piccola statua, alta appena 125 cm, infatti, fu modellato sulle minute fattezze della moglie di Eriksen, Eline.

La favola di Andersen rinasce come narrazione artistica, ma il piccolo bronzo cela la traccia di un’origine antica. «Un reame contiene molte altre cose accanto ad elfi e fate, oltre a gnomi, streghe, trolls, giganti e draghi: racchiude i mari, il sole, la luna, il cielo, e la terra e tutte le cose che sono in essa, alberi, uccelli, acque e sassi, pane e vino, e noi stessi, uomini mortali, quando siamo vittime di un incantesimo». (J.R.R.Tolkien “Albero e foglia” 1976). Il regno del mare, la sirenetta, il mondo di sopra, la strega e il tragico finale sono elementi della favola che possono essere riletti alla luce dei diari di viaggio di Andersen tra Napoli e Capri, dove l’incanto è un canto di sirena, ammaliatore e seducente.

Il giovane Andersen, grazie ad una borsa di studio, soggiornò in Italia per la prima volta nel 1833: non aveva ancora scritto La Sirenetta e forse maturò l’intento e l’ispirazione, ebbro dei colori brillanti e della magnificenza evocativa dei luoghi partenopei. Napoli, tappa obbligatoria del Grand Tour, esercitò un fascino particolare sul narratore, tanto da fargli desiderare di tornare alla sua magia come fantasma vagante dopo la morte, per vicoli e piazze. Infatti nei suoi diari di Viaggio Andersen scrive che dopo la morte vorrebbe ritornare a Napoli per viverci da fantasma e passeggiare ancora per le strade della città ammirando i luoghi e la popolazione.

La città che nasce dal mito e dalla storia, che sorge sulle ceneri della sirena Parthenope, è descritta da Andersen a più riprese in un tripudio di colori, suoni e profumi. Il poeta delle favole ne coglie lo spirito attraverso i luoghi e le tradizioni di un popolo multiforme.

In questo labirinto di fascinazione, tra stordimento ed estasi, si avventura a Capri, dove scopre la grotta Azzurra, «la cui profondità è fatta di acqua luminosa, le cui pareti gareggiano con i petali di fiordaliso», un elemento naturale che ritornerà esplicitamente nel suo romanzo L’Improvvisatore e velatamente nella descrizione del regno marino della Sirenetta. Le evidenti suggestioni del paesaggio non furono le sole ad agire nell’immaginario di Andersen. Il mito e il simbolismo doppio della sirena e della città influenzò certamente la stesura della favola, come emerge dal dialogo con lo scrittore Maurizio Ponticello: «Le sirene non sono figure femminili belle e buone, come si crede, ma demoni meridiani, che si palesano a mezzogiorno, quando il sole appare immobile e acquisisce un potere devastante e prosciugante. È il momento in cui si apre una porta per il mondo dei trapassati. Nel mito sono rappresentate metà donne e metà uccello, arcaicamente fascinose e terribili, invitavano a cedere al loro incantesimo di beatitudine, che attraverso il canto celestiale, ammaliava e atterriva. Se il navigante resisteva avrebbe appreso la conoscenza più profonda, altrimenti sarebbe morto». Il gorgheggio della sirena è il canto che incanta e non deve sorprendere che la sirenetta di Andersen, perdendo il suo canto, la sua voce, non riesca ad affascinare più il principe. Napoli vive la duplicità come complementarità, come aspetto della stessa medaglia, ma senz’altro doveva apparire una dicotomia ad Andersen.

Il mondo di sopra e quello di sotto, che è uno per il napoletano, per il viaggiatore diventa espressione di due regni distinti. E in questa prospettiva nasce la dicotomia strega-sirena, regno del mare- mondo di sopra, che “in maniera involontaria” spiega Maurizio Ponticello «richiama nella sua esplosione di colori e fuochi d’artificio, la tipica festa napoletana di Piedigrotta, che è legata alla sirena e a tutto il suo apparato mitico e cultuale». Continuando la nostra passeggiata, ci chiediamo da dove possa essere nata l’immagine di una sirena che si trasforma, perde la coda pisciforme e cammina con i propri piedi. «Probabilmente» riflette Maurizio Ponticello «nelle sue passeggiate napoletane, Andersen si trovò di fronte all’obelisco seicentesco di piazza San Domenico Maggiore, dove nella parte inferiore spicca una sirena bicaudata, e cioè dalla doppia coda aperta, che rimanda all’immagine di due gambe dischiuse». Ed è forse un caso che la statua di bronzo di Eriksen con la sua duplice coda che si fa gambe somigli ad una sirena bicaudata?

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