La bellezza della musica classica: una connessione con l’Infinito di Cristina Siciliano

24 Maggio 2021
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La bellezza della musica classica: una connessione con l’Infinito
di Cristina Siciliano

Seid umschlungen Millionen «Abbracciatevi, moltitudini» è il messaggio che Beethoven voleva consegnare all’umanità. Parole che bussano oggi alle nostre porte, musica che cinge in un abbraccio la nostra anima, così da render possibile, una fusione di forze libere.
Stefano Olcese, basso all’Opera di Malmö in Svezia e compositore, durante la nostra conversazione ci racconta la sua visione del ruolo della musica oggi, nel corso di una delle più grandi emergenze della storia. Il Ponte incontra un artista autentico e sincero, tradizionale e sperimentale, che fa della musica una possibile fruizione comune del sublime.

Quale ruolo ricopre la musica in un contesto sociale così complesso come quello odierno?
Per lungo tempo abbiamo dato per scontato il fatto di esibirsi in teatro o andare a vedere un concerto. Nel momento in cui questa possibilità è venuta a mancare ci siamo resi conto dell’importanza del canto, del teatro, della musica, della danza. C’è poi stato e c’è, il desiderio di noi artisti di mostrare al mondo che non siamo un orpello bensì una necessità dello spirito che appartiene all’umanità da tempo immemorabile.

Quali le tappe del tuo percorso di vita, musicale e non solo, che consideri fondamentali?
Nell’estate del 1993 feci un lungo viaggio in treno in Scandinavia col famoso biglietto “InterRail”. Mi innamorai subito di questi luoghi e nacque in me il desiderio di vivere qui. Nel 1995 decisi di tornare, questa volta come studente in una folkehøjskole danese, l’International People’s College di Helsingør dove ebbi la fortuna di confrontarmi con culture diversissime e di vedere il mondo sotto un’altra luce. Il grande passo del trasferimento in pianta stabile fu nel 2014 quando vinsi l’audizione all’Opera di Malmö, una tappa per me importante alla quale seguì, nel 2016, la vincita del concorso per voce di basso nel coro dell’Opera di Copenaghen.

Ci racconti il ricordo di un successo che ha avuto per te un particolare sapore?
Nel 2013 al concorso Armel Opera Competition in Ungheria c’era in palio il debutto nel ruolo di Fiesco nel Simon Boccanegra di Verdi, il mio sogno di cantante! Passai la semifinale a Parigi e approdai alla finale in Ungheria. Il giorno prima dell’audizione avevo un mal di gola tremendo, ma a 40 anni, l’esperienza che avevo alle spalle mi permise di gestire lo stress. Cantai molto bene, con autenticità, e vinsi il concorso. Si trattò di un successo che mi insegnò a credere in me stesso e capire che adrenalina e tensione vanno accettate come compagne di viaggio, e che senza di loro non avrei mai saputo dare il massimo.

Nel rapporto tra musica e parole chi dei due predomina sull’altro?
Dipende! Prendiamo un esempio famoso, il coro del Nabucco, il “Va, pensiero”. In quel periodo Verdi artisticamente stava attraversando un momento difficile, funestato da lutti tremendi, non voleva più scrivere opere! Ma di fronte a quel testo tutto cambiò e senza quelle parole oggi non avremmo una delle più celebri pagine operistiche mai scritte. Mentre per chi non sa l’italiano è la melodia la cosa che rimane impressa, un po’ come accade a chi si innamora di una canzone in inglese pur non sapendo parlare inglese. Non credo possa esserci una risposta definitiva sull’argomento.
Come ti sei avvicinato alla musica classica e cosa rappresenta oggi per te?
La musica classica è uno dei pochi ponti che ho con l’Infinito, per me il genere musicale che sovrasta tutti gli altri. Il forte desiderio di imparare a suonare il pianoforte mi venne ascoltando una ragazza eseguire Per Elisa di Beethoven. Ma l’incontro chiave fu quello con Caterina Bertora Milanese, la mia professoressa di musica alla scuola media. Fu la prima a intuire il mio talento, a incoraggiarmi, mettendomi in contatto con una insegnante di pianoforte, Licia Cartaregia. Senza questo incontro oggi forse non sarei quello che sono. La passione per l’opera e il canto lirico nacque molto tempo dopo. A 35 anni, grazie al basso genovese Enrico Gregori, la mia tecnica vocale fece un grande balzo in avanti e iniziai a vincere diverse audizioni.

Ci sono differenze tra Italia e Scandinavia per quanto concerne la musica classica?
Forse la differenza maggiore tra Italia e Scandinavia, è l’impatto della tradizione operistica tedesca qui ben più forte che in Italia.
La Svezia ha un repertorio più variegato rispetto all’Italia, non è esclusivamente classico ed è più interessata a valorizzare la creazione di nuova musica. Mi manca invece, dell’Italia, l’approccio più passionale, quasi “integralista” direi, nei confronti della vocalità operistica.

Che consigli daresti ad un giovane musicista italiano che vorrebbe “lanciarsi” in un’esperienza all’estero?
Il mondo non finisce in Italia, benché l’Italia sia un paese stupendo. Ma l’errore che in molti commettono è quello di aspettarsi di trovare all’estero un mondo migliore in tutti gli ambiti della vita. Non è così. Si trova un mondo diverso, per certi versi migliore, peggiore in altri. E bisognerebbe partire tenendolo ben presente!

La più classica e inevitabile delle domande:
progetti per il futuro?
Molto dipenderà dall’evoluzione dell’emergenza sanitaria, ma appena la nebbia si diraderà voglio farmi trovare pronto. Ora ho più tempo per studiare tecnica
vocale e per scrivere musica. Nel 2020 ho registrato una suite per violino e orchestra intitolata Ales Stenar. Sarà eseguita – pandemia permettendo – all’Opera di Malmö nel 2021/2022. Sono felice che a questa mia nuova musica sia stato riconosciuto un importante premio ad un concorso di composizione.
Mi dispiace che la professoressa Milanese, che guidò i miei primi passi, non possa condividere con me questa gioia.

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