Leonardo Sciascia 100 anni dopo di Monica Lucignano

19 Novembre 2021
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Autore provocatorio e spiazzante:
Leonardo Sciascia 100 anni dopo
di Monica Lucignano

Ricorrono, nel 2021, due anniversari importanti legati a uno degli intellettuali più significativi della seconda metà del Novecento italiano quale Leonardo Sciascia.

Oltre al centenario della nascita, quest’anno si celebrano anche i sessanta anni dalla pubblicazione del suo primo giallo,” Il giorno della civetta”. Un libro dall’impatto pesante per la società italiana dell’epoca, poiché attraverso la vicenda narrativa, ambientata in un paesino siciliano, Sciascia sdoganava il termine mafia, una parola che nei secoli aveva acquisito significati diversi. Termine inutile, secondo i suoi contemporanei, visto che, ancora negli anni Sessanta, il mafioso era considerato vittima del sistema di governo scaturito dall’Unità d’Italia: una figura che, da sempre abbandonata dall’apparato statale al suo destino, ricordava a tratti i bravi di manzoniana memoria nel suo essere coraggioso, fiero e orgoglioso e nella sua capacità di farsi giustizia da solo. Questo pensavano i siciliani in quel periodo, rimarcando che la mafia come antistato, associazione strutturata e organizzata con regole proprie, il cui unico fine fosse frapporsi fra il cittadino e lo Stato, non esisteva.

È qui che Sciascia rivela tutta la sua carica rivoluzionaria di intellettuale impegnato, e lo fa attraverso le parole di Don Mariano Arena, il padrino, il boss del paese a cui tutti obbediscono senza che neanche sia lui a richiederlo. Don Mariano, attraverso la cui voce Sciascia puntualizza alla classe dirigente che certe connivenze tra politica e mafia sono già visibili nella vita quotidiana di ognuno, tentando in tal modo di aprire gli occhi al popolo italiano. Don Mariano, a cui Sciascia affida il compito di dare una nuova definizione dell’umanità, in uno dei dialoghi più celebri e più toccanti della pellicola cinematografica, che arrivò nelle sale circa 7 anni dopo la pubblicazione del romanzo.

«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…»

Per la regìa di Damiano Damiani, il capitano Bellodi dei Carabinieri interpretato da Franco Nero, Claudia Cardinale (nel ruolo di Rosa) e Lee J. Cobb (Don Mariano), il film rispecchia fedelmente il soggetto letterario; il diverso registro comunicativo (la pellicola cinematografica in vece della pagina scritta) ha probabilmente enfatizzato ulteriormente il messaggio che Sciascia stava veicolando, non solo attraverso le sue opere ma attraverso la sua stessa vita, le sue scelte professionali e, non ultimo, la decisione di dimettersi dal PCI quando le condizioni imposte dal partito in merito al Compromesso storico si rivelarono inaccettabili. Nel 1979 Sciascia accettò la proposta di Marco Pannella di candidarsi con il Partito Radicale e venne eletto sia a Strasburgo che a Montecitorio. Scelse Roma, come già in altre occasioni aveva scelto di rientrare in Sicilia per trasferimenti legati al suo lavoro di insegnante, quasi a sentire la necessità di monitorare i fatti sempre di persona, con occhio vigile e critico e sempre più disincantato.

Già, perché Sciascia fu prima di tutto un insegnante; per scelta anche dopo la pensione e definito da Italo Calvino “il maestro elementare di Racalmuto”, senza alcun intento dispregiativo. Questo restò per tutta la sua vita: una voce che voleva insegnare, educare un popolo a guardare aldilà delle cose che la Storia fa sfilare sotto i nostri occhi distratti. Un invito valido ancora oggi, per questa generazione che ha vissuto il panico della Pandemia per non deve dimenticare che la promozione della cultura resta la principale arma di difesa di ogni cittadino, in qualunque parte del mondo.

Sempre con lucida coerenza Sciascia aderì al progetto di Enzo ed Elvira Sellerio di fondare una casa editrice pur se non subito come autore, ma presente fin dall’inizio con un entusiasmo che lo spinse a passare tutti i suoi pomeriggi nell’ufficio dei Sellerio tra caffè e sigarette, schede per la distribuzione e manoscritti da valutare. Sciascia sembra rappresentare, per i Sellerio, il trait d’union tra passato e futuro, sospeso tra la prosa anticheggiante di Gesualdo Bufalino e la lingua inventata del primo romanzo di Camilleri, verso il quale provò, all’inizio, una certa ritrosia. Sciascia diventa, così, per i Sellerio molto più che un autore sotto contratto, ma parte dell’anima di un meraviglioso progetto editoriale che ancora oggi vanta in catalogo autori come Carofiglio, Manzini e Malvaldi. Con loro pubblica “L’affaire Moro”, dà vita alla collana Memoria, con loro si batte per informare e formare la vita civile e politica dell’intero paese partendo dalla storia di una città, di una Sinistra che fa cultura, di una terra, quella siciliana, ricca di contraddizioni: sempre in bilico tra il forte senso di giustizia dell’intellettuale e l’indolenza atavica del cittadino, tra un pessimismo da Gattopardo e un perenne atteggiamento di umoristica sfida al Fato.

Sempre molto rigoroso con sé stesso, instancabile e appassionato lettore, lo Sciascia autore viene tradotto in ben 24 lingue. La sua propensione ad includere la denuncia sociale nei suoi scritti si fa via via più pressante, non vi rinuncia, nonostante la consapevolezza che in quei giorni, decine di giornalisti, magistrati, poliziotti cadevano sotto i colpi di quella mafia “che in Sicilia non esiste”. Così Sciascia viene a patti con il perbenismo dell’epoca dando vita a delle opere ambientate in scenari immaginari che però raccontano con una penna impietosamente critica le vicende del suo tempo.

Forse per questo, a sessanta anni dalla pubblicazione di “Il giorno della Civetta”, di cui esiste anche una versione illustrata da Massimo Jatosti, tra le pagine di Sciascia ci sono ancora concetti da decrittare a memoria delle future generazioni e, sicuramente, non nuoce una rilettura corroborante neanche alla generazione cui appartiene chi scrive.
Per chi si recherà in vacanza in Sicilia, ricordiamo che la strada dove Sciascia ha vissuto gli è stata intitolata, la sua casa è dal 2019 aperta al pubblico ed inserita nell’itinerario delle strade degli scrittori.

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