La gestualità degli Italiani, inconfondibile marchio di fabbrica del Bel Paese – A cura di Monica Lucignano

21 Maggio 2022
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La gestualità degli Italiani, inconfondibile marchio di fabbrica del Bel Paese
A cura di Monica Lucignano

Se pensate che il pinched fingers, conosciuto anche come pinched purse, sia solo l’ennesima emoji entrata a far parte, nel 2020, del sistema messaggistico pittografico dei più comuni dispositivi elettronici in uso (cellulari, tablets, etc), vi sbagliate! Queste immagini, usate per sostituire le parole e raffigurare il significato dei vocaboli, sono lo specchio di una nuova forma di linguaggio sempre più diffusa. In particolare, il Pinched fingers fa riferimento alla gestualità tipicamente italiana, collegamento che è già presente nel processo comunicativo degli Stati Uniti d’America dove la presenza degli Italiani è forte e incisiva al punto da ricorrere al gesto delle dita chiuse a forma di purse, appunto, indicato proprio come gesto di appartenenza ad una nazionalità e ad una cultura ben precisa e riconoscibile: quella degli Italiani.

Per parlare di comunicazione non verbale abbiamo chiesto l’intervento di Luca Vullo, insegnante nonché formatore nell’ambito della comunicazione non verbale, tra i più accreditati presso prestigiose università internazionali.

Luca, che da bambino non dormiva quasi mai, è diventato oggi un vulcano di idee, un regista eclettico che produce cortometraggi, docu-film e spettacoli teatrali capaci di gettare uno sguardo curioso sulla realtà con un taglio interessante e innovativo, a metà tra una lectio magistralis e una prova attoriale di ottima fattura. Impegnato a trasfondere il suo know how sulla comunicazione non verbale targata Made in Italy, Luca ha dato alle stampe ben due libri: (“L’Italia s’è gesta” e “Il corpo è docente” con Daniela Lucangeli), in cui tocca tematiche legate alla gestualità e al linguaggio non verbale, applicando i suoi studi all’interno di contesti relazionali, con una spiccata attenzione a quelli scolastici.

A lui, per metà siciliano e per metà calabrese, a cui spesso viene attribuito il merito di essersi inventato un lavoro di docente ai workshops della Bocconi di Milano e dello Spin Off dell’Università di Padova sulla gestualità italiana per studenti di provenienza internazionale, chiediamo:

Come è nata l’idea di spiegare a chi non è addentro alla nostra cultura che dietro un gesto c’è tutto un mondo di concetti, pensieri ed emozioni?
Ero stanco di vedere troppi stereotipi all’estero sull’argomento e in generale sulla Sicilia e il nostro paese. Ho voluto rendere giustizia alla gestualità italiana che reputo un Patrimonio Immateriale della nostra Cultura, e non un superficiale aspetto folcloristico. Adam Kendon, uno dei massimi esperti di gestualità al mondo, ci ha definito “La babele dei gesti”; le varie dominazioni sul nostro territorio e la naturale attitudine alla teatralità ci rendono uno dei paesi più gestuali sulla faccia della terra. Possediamo, dunque, un linguaggio gestuale ricco e articolato che può essere imparato dagli stranieri per entrare in comunicazione più profonda con il nostro popolo e per comprendere la nostra mentalità. Da qui l’idea che molti definiscono “geniale” di raccontare al mondo questa dote comunicativa straordinaria con tutti i mezzi artistici in mio possesso. Ho iniziato realizzando la docu-fiction LA VOCE DEL CORPO e dopo la mia collaborazione con il National Theater di Londra in qualità di coach di gestualità siciliana per lo show Liolà di Pirandello, ho portato i miei workshop interattivi sulla comunicazione non verbale degli italiani presso prestigiose Università, in diverse parti del mondo (UK, USA, Australia, Giappone, Thailandia, Vietnam, Malesia, Danimarca, Norvegia, Germania, Francia etc.). Poi gli studenti mi hanno proposto di fare un one man show, sempre con lo stesso titolo e dopo un tour internazionale durato diversi anni l’ho trasformato in un vero spettacolo per mettere a confronto la gestualità italiana con quella di altri popoli e discutere dell’importanza della sfera emozionale correlata al corpo, oltre che dell’educazione culturale e famigliare. Ecco perché ho coinvolto anche mia madre Angela Gabriele, in qualità di mia GURU di intelligenza emotiva e con la quale siamo stati ospiti di Ambasciate e consolati in vari paesi durante la Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, l’evento organizzato dall’Accademia della Crusca in collaborazione con il Ministero degli Esteri.

Cosa ti ha spinto a scrivere “Io al posto tuo”, spettacolo teatrale incentrato sui disturbi specifici dell’apprendimento?
La legge n.170 dell’8 ottobre 2010 riconosce: dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia come “D.S.A.” e cioè Disturbi Specifici di Apprendimento. Il diritto allo studio degli alunni con questi disturbi è garantito attraverso la realizzazione di percorsi individualizzati nell’ambito scolastico e la possibilità di utilizzare strumenti compensativi. Purtroppo, esistono continue e numerose inottemperanze di questa legge “bianca” e la malafede di molti professori che, nonostante i 10 anni passati dall’uscita della normativa, continuano a non applicarla a danno di moltissimi studenti.

Con questo spettacolo spero di prevenire e contrastare l’esclusione, promuovendo una corretta cultura di inclusione sociale nell’età adolescenziale e adulta. Lo show è tratto dall’omonimo fumetto “Io al posto Tuo. Cosa so dei disturbi Specifici dell’apprendimento?” realizzato dalla Rete Genitori DSA di Cuneo, una realtà nata nel 2008 dalla volontà di tre mamme di ragazzi con questi disturbi.

Che cosa è cambiato secondo te nella comunicazione non verbale durante la Pandemia?
La pandemia e le nuove tecnologie hanno completamente trasformato il nostro modo di comunicare e di stabilire una relazione umana con gli altri. Da qui l’urgenza di reimparare ad ascoltare il linguaggio della comunicazione autentica: il linguaggio del corpo e del gesto, della postura e della presenza, dell’ascolto attivo e dell’empatia, sia in presenza che in digitale. Milioni di anni evolutivi sono stati necessari alla nostra specie per renderci radar connessi attraverso interruttori sensoriali capaci di superare il significato stesso delle parole. Si tratta di un’abilità comunicativa che interessa tutti noi e della quale c’è tanto bisogno soprattutto in questo momento. Nonostante tutto, ognuno di noi può e deve fare la sua parte per non dimenticare che siamo esseri umani.

E la tendenza che abbiamo a sfiorarci per trovare conferme, è sparita anche quella a causa della Pandemia?
Probabilmente la pandemia ha dato un grande sollievo agli abitanti del Nord Europa e del continente asiatico, a tutte le persone che non amano particolarmente il bacio o il contatto fisico e probabilmente avranno interpretato questo virus come un atto di giustizia divina contro questi italiani che invadono la privacy altrui! Noi italiani siamo conosciuti in tutto il mondo per la passionalità che mettiamo in tutto quello che facciamo e nel modo in cui comunichiamo pensieri, concetti ed emozioni.

Non essendo un popolo molto rispettoso delle regole, per noi adeguarci a questa profonda trasformazione nelle relazioni umane non è stato facile, a maggior ragione per chi come me è nato nel Sud Italia. Quando incontri un amico o un parente lo devi abbracciare o baciare, quantomeno toccare un pochettino, sono regole fondamentali del nostro codice comportamentale. Ecco perché questo distanziamento ha creato uno shock culturale. Gli studenti stranieri dei miei workshop restano esterrefatti quando racconto loro che incontrando amici e parenti ci baciamo su entrambe le guance, e poi nuovamente quando ci congediamo.

Noi, gente del Sud, siamo fatti così, abbiamo bisogno del contatto fisico costante mentre parliamo con l’altro, dobbiamo capire se ci sta seguendo. Stiamo parlando di un codice di intimità̀ e di fisicità̀ molto particolare tra amici e che può essere vissuto come decisamente invadente. In ogni caso ci riprenderemo molto presto da questa privazione.

Sei un performer, un producer, sia teatrale che televisivo, come dimostrano i numerosi spettacoli teatrali, “Influx” e “Il potere è nei gesti”, ma sei anche uno scrittore: quali sono i panni che preferisci indossare?
Fondamentalmente quello dello Storyteller che usa tutti i linguaggi di sua conoscenza per emozionare le persone e raccontare storie che abbiano una certa utilità sociale.

Le parole di Luca ci confermano che l’Italia all’estero viene spesso accolta con grande affetto, perché Il nostro è un paese capace di offrire tanto, compreso bellezze paesaggistiche, buon vino, arte e amore per la buona tavola.

E poi ci sono gli italiani, qualche volta un po’ invadenti, a tratti caciaroni, il cui versatile linguaggio del corpo Luca porta in giro per il mondo ormai da anni, e sempre con lo stesso successo.

 

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