TOSCANA yin e yang del vino italiano di Eliana Napoli

13 Agosto 2022
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TOSCANA
yin e yang del vino italiano
di Eliana Napoli

Per me, il Sangiovese è un po’ come Sophia Loren: la più grande diva italiana di tutti i tempi! La conoscono praticamente tutti e ad ogni angolo del globo, ti rapisce con la sua immediatezza, carattere e sensualità.
Sul palcoscenico è espressiva in ogni sua “parte”. Poi, insieme ai grandi “big international” si è consacrata nella Hall of Fame…

Beh, la Toscana non ha bisogno di presentazioni. Sempre pronta ad accogliere, tante le parole a lei dedicate, eppure non smette mai di stupire né di evolvere. C’è sempre una luce negli occhi delle persone quando si sente il nome Toscana… Culla del Rinascimento, madre della lingua italiana, paesaggi che sembrano venir fuori da un dipinto del rinascimento, incontro perfetto tra tradizione e innovazione – lo yin e lo yang del vino italiano.

Sangiovese: uno, nessuno e centomila
Sanguis and Jovis, sangiovese piccolo o grosso, prugnolo gentile, R24, ma quanti nomi! In mezzo alle dispute e diatribe tra produttori per agguantarsi il primato di autenticità, di fatto è il terroir il ruolo decisivo per il sangiovese: scegli tu da quale “parte” stare!

L’origine del suo nome si perde nella notte dei tempi, è ancora un mistero, ma una cosa è certa, il sangiovese ha origini antichissime nel suo DNA. Un mare magnum dove si trovano tracce di cultivar del sud Italia, come ad esempio il Gaglioppo, Frappato, Nerello mascalese, Perricone e Nero d’Avola.

Qualunque sia la sua origine, il Sangiovese è la diva in Toscana, tante le DOCG e DOC a lei dedicate, performa impeccabilmente in qualsiasi zona si “cala” in qualsiasi terroir e clima.
Il sangiovese, non lo si trova soltanto in Toscana, di fatto è il vitigno più coltivato in Italia, ovviamente la maggior parte in Toscana, ma lo si trova anche in Emilia-Romagna, Umbria, Marche, Abruzzo e Puglia.
Corrisponde a circa l’11% della superficie vitata totale in Italia, più o meno 72.000 ettari.

Becoming Brunello di Montalcino: quando gli ultimi diventano i primi
Nel lontano 1600 la zona del Montalcino era quasi sconosciuta al contrario delle sue eminenti vicine, Chianti Classico e Montepulciano già famose per i loro vini rossi.

La zona di Montalcino era conosciuta esclusivamente per il suo vino bianco – Moscadello. Bisogna aspettare fino il 1800, quando per la prima volta si sente parlare di un vino rosso dal nome Brunello.
A un certo Clemente Santi farmacista e bravo con la chimica, a quel tempo piaceva sperimentare nella sua tenuta Il Greppo con tecniche di vinificazione, nello specifico un vino rosso fatto da un’unica uva rossa il Brunello, che significava “small dark one”.
Di seguito si scoprì che il “Brunello” è il sangiovese.
Questo ha segnato l’inizio della storia del Brunello di Montalcino.

Con il passare del tempo, e delle generazioni in casa Biondi-Santi, la famiglia ha arduamente lavorato nella direzione di piantare sangiovese nella zona attorno a Montalcino ed a perfezionare le allora conosciute tecniche di vinificazione. Per esempio, abolendo la rifermentazione su uve secche come si fa nell’amarone, per alzare il livello di alcool e dare corposità al vino; nuove tecniche di allevamento della vite, introdurre l’invecchiamento in botti grandi di rovere della Slavonia. Elevando così lo standard e gettando le basi per il futuro del Brunello di Montalcino – la prima pietra miliare nella storia del vino Toscano.

Insieme alla famiglia Biondi-Santi bisogna anche ricordare la Fattoria dei Barbi che insieme hanno gettato le basi di commercializzazione e promozione del Brunello. Già nel 1930 la Fattoria Barbi è stata pioniere della vendita diretta, vendendo il Brunello per corrispondenza, mentre dall’altra parte si faceva conoscere

il Brunello oltreoceano. Fattoria dei Barbi furono i primi in Italia a credere nel turismo del vino e ad aprire la cantina ai visitatori nel 1950.

Brunello, La trasformazione.
Nel 1966 il Brunello di Montalcino diventa il primo vino italiano ad ottenere la DOC, nel 1967 viene costituito il Consorzio di tutela e nel 1980 la DOCG. Il disciplinare prevede un invecchiamento di 4 anni, 5 per la Riserva, almeno 2 anni di invecchiamento devono essere in legno e 4 mesi in bottiglia, 6 per la riserva.
Può essere messo in commercio solo 5 anni dopo la vendemmia e dopo 6 anni per la Riserva. Se lo si vuol mettere in commercio prima, non si può chiamare Brunello, ovviamente è il Rosso di Montalcino.

Con la costruzione dell’autostrada del Sole i flussi vennero a mancare, la migrazione verso le città: Montalcino si spopola. Durante gli anni ’70, i prezzi sono relativamente bassi, cominciano ad arrivare nuovi imprenditori, come per l’immortale Case Basse di Gianfranco Soldera, che comincia a produrre un grande vino portando idee e approcci nuovi.

Nel 1967 erano meno di 70 gli ettari dedicati alla produzione di Brunello di Montalcino, un ettaro costava più o meno circa 17.000 euro. Oggi gli ettari vitati dedicati al Brunello di Montalcino sono 2100 con 250 produttori ed un ettaro costa più o meno da 750.000 ad 1 milione di euro! Una trasformazione radicale in poco più di 50 anni. Però!

Il Brunello oggi: to be or not to be…
Montalcino è un paesino nel cuore della Val d’Orcia si trova a circa 40 chilometri a Sud di Siena, il territorio è delimitato dai fiumi Orcia, Asso e Ombrone.
ll clima è per lo più di tipo mediterraneo, anche se non mancano inverni freddi, Il vento maestrale, modera le calde temperature e porta un po’ di umidità dal Mediterraneo.
I vigneti si trovano ad altitudini che variano dai 150 ai 650 metri, su terreni dalle composizioni molto diverse e diversi microclimi.
La Toscana era una volta sommersa dal mare, che ritirandosi in diverse fasi ha lasciato un terreno ricco e variegato: da una parte origine marina con una componente sabbiosa con detriti marini, terreni di origine vulcanica, marne argillose che si alternano al galestro pietra locale, argilla e tendenzialmente ricchi in minerali.

I cambiamenti climatici hanno tendenzialmente giovato al Sangiovese, purtroppo il vero problema è la mancanza di piogge, per questo è stata introdotta l’irrigazione di emergenza.

Al contrario di Barolo e Barbaresco non c’è una chiara suddivisione della zona in crus, che di sicuro aiuterebbe il consumatore, nella scelta stilistica del suo Brunello.

È un po’ come in Bordeaux, è il produttore che viene messo in risalto, bisogna conoscere il vino ed il suo stile di vinificazione.
Storicamente, inoltre, i produttori hanno vigne in diverse zone; quindi, il più delle volte ci sono diversi vigneti nel Brunello che si sta bevendo!

A grandi linee la zona di Montalcino si può dividere grossolanamente in 4 zone:
Nord con le temperature più fresche e quasi tutti i vigneti situati su ripidi pendii, qui troviamo piccoli artigiani che fanno Brunelli molto eleganti, chiari, leggiadri e raffinati come ad esempio Il Maroneto, Canalicchio di Sopra, Fuligni, Val di Suga o addirittura Borgognoni come Baricci.

La zona attorno Montalcino, qui troviamo: Biondi Santi, Fattoria dei Barbi, La Cerbaiona, Le Potazzine e Costanti. I suoli più antichi quindi poco fertili, ottimi per la coltivazione della vite, ma ricchi di minerali. I vini sono generalmente complessi, muscolosi, poliedrici e rustici.
A Sant’Angelo, zona a sud, più calda e secca, troviamo Il Poggione, Col d’Orcia Argiano, Banfi, vini corposi, pieni con frutto maturo.
C’è poi Castelnuovo dell’Abate, dove è l’escursione termica tra giorno e notte a fare la differenza, i vini sono aggraziati, eleganti, generosi, earthy, qui troviamo Mastroianni, Poggio di Sotto, Ciacci Piccolimini d’Aragona.

TOSCANA IGT: IL LAGO DEI CIGNI
Il Tignanello, Solaia e Sassicia hanno aperto le danze ad una realtà produttiva del vino in Toscana, ovvero IGT, vino da tavola o Super Tuscan.
Il marchese Antinori, viticoltori da ben 26 generazioni, sconvolse il mondo con il Tignanello, il primo Super Tuscan, formalmente un semplice IGT, vale a dire vino da tavola: Sangiovese, Cabernet Sauvignon franc.
Il vino è stato rivoluzionario, inizialmente con tanto criticismo ovviamente, nell’idea del blend, nella vinificazione e nel lavoro nei vigneti.
Produrre grandi vini longevi ispirati dai grandi Bordolesi, con le cosiddette uve internazionali, ma accompagnati dal Sangiovese è un dogma.
Un nuovo palcoscenico è nato per il Sangiovese ed il movimento dei Supertuscan da allora non si è più fermato.
Uscendo completamente dagli schemi e dalle rigide regole di produzione, che non permetteva di produrre Chianti enfatizzando il Sangiovese in purezza, ma sempre accompagnato da uve locali; e quelli che seguirono le orme del Tignanello, integrando uve internazionali,

come il Cabernet sauvignon, cabernet franc, petit verdot e syrah, che ormai in Toscana sono diventati locali…
Il vino Toscana IGT dà la possibilità ai produttori di sviluppare nuovi prodotti e di cogliere nuove opportunità.
Il leggero approccio del suo disciplinare di produzione ha permesso la nascita e lo sviluppo di vini di grande qualità e di rilievo mondiale, di fatto è la seconda in termini di produzione in Toscana.

Qui vanno annoverati produttori che sanno far danzare il Sangiovese creando veri e propri capolavori come il primo vino realizzato con sole uve Sangiovese in tutto il Chianti Classico, siamo nel 1977 quando nasce la prima etichetta di Pergole Torte, a seguire vanno nominati il Flaccianello e il Cepparello.
Ed ancora il Fontalloro di Félsina, i Sodi di San Niccolò, Tenuta Trinoro Le Cupole, Bibi Graetz Testamatta, San giusto a Rentennano con Percarlo.
Ed i grandi big con solamente uve internazionali come il: Masseto, Tua Rita Redigaffi, Ornellaia, La Ricolma di San Giusto a Rentennano, Cà Marcanda Promis, Gaia.

Quanto duro lavoro, costanza, pensare fuori dagli schemi e sicurezza di sé, ma questa esibizione è risultata perfetta ed avvincente, tu cosa ne dici?

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