La viticoltura eroica dell’Etna: tra magma, memoria e futuro
di Olga Asero
Sui terrazzamenti di pietra lavica che disegnano i fianchi dell’Etna, coltivare la vite non è soltanto un mestiere: è un atto di resistenza, un’eredità da proteggere e un gesto di coraggio. Qui, dove la terra è nera e fertile, i pendii sono ripidi e il microclima irripetibile, i vignaioli affrontano il vulcano e il passare delle stagioni per dar vita a vini dal carattere inconfondibile.
La cosiddetta “viticoltura eroica” è molto più che una definizione tecnica: è il racconto di mani che non hanno dimenticato il lavoro antico, della fatica quotidiana che si intreccia con la natura, spesso impetuosa, ma generosa con chi la rispetta. Ogni vendemmia, su queste pendici, è un’avventura che richiede attenzione, forza fisica e un’intima connessione con la terra. E ogni bicchiere custodisce una storia: di uomini e donne, di lava e vento, di silenzi assolati e di notti stellate.
Il riconoscimento ufficiale
Dal 2020, con il decreto attuativo sulla viticoltura eroica promosso dal CERVIM (Centro di Ricerca, Studi, Salvaguardia, Coordinamento e Valorizzazione per la Viticoltura Montana), questo patrimonio è stato ufficialmente riconosciuto come bene culturale, paesaggistico e ambientale. Un risultato arrivato dopo anni di battaglie istituzionali, che oggi consente ai vignaioli di presentare domanda per il riconoscimento dei vigneti eroici, garantendo così maggiore tutela e valorizzazione.
Durante il G7 di Siracusa del 2024, l’enologo Gianni Giardina ha definito l’Etna “un esempio fulgido” di viticoltura eroica: vigneti ad alta quota, terrazzamenti di pietra secolare e lavoro manuale in condizioni estreme. E anche il Consorzio Etna DOC, nella sezione dedicata a “Il Terroir”, sottolinea come proprio qui si trovi una delle massime espressioni della viticoltura eroica, dove erosione, pendenze e suoli vulcanici diventano segni distintivi e irripetibili.
Il mosaico dei versanti e delle contrade
Il territorio etneo è un mosaico unico in Italia. Le colate laviche, stratificate nei secoli, hanno creato suoli diversissimi anche nel giro di poche centinaia di metri: pietre di età e composizione differente che offrono ai vitigni sfumature inaspettate. A questa varietà si aggiungono fattori determinanti come altitudine, esposizione solare, venti e umidità. È per questo che il disciplinare dell’Etna DOC suddivide il territorio in contrade: 133 quelle attualmente riconosciute, con altre nove in attesa di inserimento ufficiale.
I versanti del vulcano hanno ciascuno un carattere specifico. A nord troviamo i vigneti di Randazzo, Castiglione di Sicilia e Linguaglossa; a est, quelli di Milo, Santa Venerina e Zafferana Etnea; a sud, le aree di Nicolosi, Trecastagni e Viagrande; a ovest, Adrano, Biancavilla e Santa Maria di Licodia. Un paesaggio complesso e cangiante che rende l’Etna una delle aree vitivinicole più affascinanti d’Italia.
La voce delle Terre di Nuna
In questo scenario si colloca la storia di Novella Trantino e Fabio Percolla, fondatori dell’azienda “Terre di Nuna”, che si trova tra Sant’Alfio e Milo, a quasi 900 metri di altitudine, dove producono Etna Bianco DOC ed Etna Bianco Superiore da uve Carricante coltivate in biologico.
“Nuna” era il nomignolo che la madre di Novella le aveva dato da bambina. Ed è stata proprio lei, nel 2006, ad acquistare i casolari e il vecchio meleto che la famiglia ha poi trasformato in vigneto. Una sorpresa che ha segnato l’inizio di un percorso di vita e di lavoro che oggi unisce memoria e futuro.
Anche l’etichetta porta con sé un frammento di quella storia: il gatto trovato al momento dell’acquisto del terreno è diventato simbolo di semplicità e affetto, un tratto che riflette la filosofia di Novella e Fabio.
La vendemmia, che qui avviene a metà ottobre, è un momento corale, è il culmine di un anno di attesa e di lavoro condiviso con Fabio, gli operai e l’enologo che si trasforma in una festa di comunità: cassette di grappoli dorati, risate, mani che si muovono veloci tra i filari. E poi, a mezzogiorno, la pausa che sa di tradizione: pane casereccio, formaggio, olive e un bicchiere dell’annata precedente.
Oggi l’azienda “Terre di Nuna” produce circa 10.000 bottiglie l’anno e guarda al futuro con entusiasmo: un progetto di spumante in arrivo e la volontà di ristrutturare i casolari per aprirsi all’ospitalità, in questa cornice unica che solo il vulcano sa regalare. In diversi periodi dell’anno vengono già organizzate degustazioni tematiche che seguono la stagionalità dei frutti e delle tipicità culinarie proprie di questo territorio, ricco di sapori e di profumi inconfondibili.
La magia della vendemmia etnea
Parlare di vendemmia alle pendici dell’Etna significa immergersi in un rito antico. Ogni vitigno, Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Carricante, Catarrato, Minnella, ha il suo momento perfetto, che il vignaiolo riconosce osservando le bucce, assaggiando i semi, misurando zuccheri e acidità.
All’alba, quando la rugiada è ancora viva sulle foglie, iniziano i tagli: grappoli raccolti con forbici ricurve e deposti con cura in cassette per non schiacciarli. Appena arrivate in cantina, le uve vengono selezionate a mano, scartando quelle danneggiate o acerbe. La pigiatura può avvenire nel modo tradizionale, ancora praticato in alcune realtà familiari, con i piedi nudi nei tini di legno, oppure con moderne pigia-diraspatrici in acciaio inox.
Dopo la fermentazione, che può durare da una settimana a oltre un mese, il vino nuovo viene trasferito in botti o in acciaio per affinare. È un tempo di attesa, di silenzio e trasformazione, che può protrarsi per lunghi periodi di arrivare all’imbottigliamento. Ogni scelta, dai lieviti indigeni alla durata della maturazione, è una dichiarazione d’identità, un modo di far parlare la terra attraverso il vino.
La festa di San Martino
Sulle pendici del vulcano, l’11 novembre si celebra il vino novello con il detto “A San Martino ogni mosto diventa vino”. Qui la tradizione si arricchisce di un rituale locale: “A San Martino castagne e vino”.
Le caldarroste preparate sui bracieri in piazza si accompagnano a un bicchiere giovane, in una festa che sa di fuoco, autunno e comunità.
Un legame antico
Ogni bicchiere dell’Etna racchiude la voce profonda del vulcano, la sapidità portata dal mare e il calore delle mani che hanno raccolto i grappoli. Per Novella e Fabio, come per tanti altri vignaioli, fare vino non è solo un mestiere, ma un modo di custodire un’eredità e trasformarla in racconto.
Parlare di vendemmia sull’Etna non significa quindi soltanto descrivere un processo agricolo, ma dare voce a una passione che diventa identità. È la nascita di qualcosa che va oltre il raccolto: un vino che racconta di lava e vento, di mare e memoria, di affetti e futuro.





