ARTEMISIA A NIVAAGAARD.
La forza dello sguardo
di Alessandra Sicuro
Immagine su gentile concessione del Museo di Nivaagaard
Susanna, sposa bella e casta, viene sorpresa nel suo giardino, mentre fa il bagno, da due anziani giudici che la ricattano per ottenere i suoi favori, minacciandola di accusarla di adulterio se non acconsentirà. Al suo rifiuto, i vecchi si vendicano incolpandola pubblicamente. Solo un provvidenziale intervento riuscirà a salvarla dalla condanna a morte.
L’episodio biblico è stato spesso trattato nella storia dell’arte. Tuttavia, una donna ha saputo renderlo in maniera particolare, vivendo idealmente la vicenda sulla propria pelle, tanto da diventare un’icona per coloro che scelgono un’interpretazione biografica della sua arte. Molto si è scritto e raccontato di lei, la grande pittrice barocca italiana Artemisia Gentileschi (1593 – 1656 ca.).
Artemisia Gentileschi, una pittrice di straordinario talento, ambizione e intelligenza
Nel XVII secolo, l’accesso all’arte come professione era precluso alle donne, in gran parte per ragioni di decoro sociale. La formazione specialistica, infatti, era tradizionalmente maschile: i luoghi chiave per l’apprendimento, come le Accademie del Disegno e le botteghe, erano accessibili principalmente agli uomini. Alle donne che intraprendevano la pittura a livello professionale – quasi sempre figlie di artisti, come Artemisia – erano assegnati generi considerati “minori” e “appropriati”.
In questo panorama restrittivo, la figura di Artemisia fu un’eccezione: studiò nella bottega del padre ma riuscì a essere ammessa alla prestigiosa Accademia delle Arti del Disegno di Firenze. Condusse una vita inquieta e ricca di avvenimenti tra Roma, Firenze, Venezia, Londra e Napoli, dove seguiva con attenzione i fermenti artistici e culturali che la circondavano, dipingeva, studiava, otteneva importanti commissioni, e sviluppò una tecnica raffinata. Lavorava direttamente dal vero, senza schizzi preparatori e, come Caravaggio, utilizzava forti contrasti di luce e ombra (chiaroscuro) per enfatizzare la drammaticità nei suoi dipinti. La sua personalità, unita a uno stile eccellente ed autonomo, le permise di emergere ed essere riconosciuta sia in Italia che in Europa.
Ma, al di là del talento e della sua ascesa professionale, cosa significava per Artemisia rappresentare “Susanna e i vecchioni”? Cosa ha colpito un’artista diciassettenne tanto da farne un motivo ricorrente sino all’età matura?
Molti hanno colto nel soggetto il riflesso, o una sorta di premonizione, di una terribile vicenda reale da lei subita: lo stupro da parte di Agostino Tassi, amico del padre, il pittore Orazio Gentileschi. Un processo portò alla condanna del colpevole, ma fu indubbiamente infamante e estremamente doloroso per la giovane, che fu anche torturata.
Un potente contraltare a questa vulnerabilità è rappresentato dal suo “Giuditta che decapita Oloferne” (1620), un dipinto che ha in sé una incredibile carica di drammaticità e di violenza. Giuditta, per difendere il suo popolo dall’oppressore, senza esitare decapita il capo nemico intorpidito dall’alcool. Il sangue cola in rivoli scarlatti sul lenzuolo, la donna (aiutata da una fantesca) ha una presa ferma e forte e si sposta indifferente per non sporcarsi. Letta attraverso la biografia di Artemisia, la scena può esprimere un senso di rabbia o vendetta verso una iniqua figura maschile.
Una sensibilità forte e indipendente si riflette costantemente nei personaggi femminili delle sue opere – figure bibliche, mitologiche e sante come Susanna, Salomé, Giuditta, Maddalena, Cleopatra, Lucrezia, Danae e Betsabea.
Torniamo a Susanna e i vecchioni. Come viene rappresentata da Artemisia?
Nella versione giovanile della tela (1610 circa), eseguita probabilmente sotto la guida del padre, Susanna, vulnerabile e quasi imprigionata da un muro, respinge i vecchi, che sono alle sue spalle.
Si ritrae inorridita, si oppone all’abuso, volgendo lo sguardo verso il basso. Il suo stato d’animo, un misto di disgusto e preoccupazione, comunica immediatamente il conflitto psicologico e morale che sta vivendo.
In una tela datata 1644-48, la visione di Artemisia matura e si ribalta. Susanna si trova al centro della scena e il suo tenero busto seminudo è circondato dalle mani di uno dei giudici, stretto dal muro alle sue spalle. Ma nonostante la vicinanza fisica degli aggressori, questa volta la donna non si ritira. Come se il personaggio in sé avesse raggiunto una nuova consapevolezza, non schiva lo sguardo degli uomini, ma al contrario, li fissa direttamente con un’espressione ferma di rifiuto. Non è più solo terrore, ma sfida: questo istante riflette Artemisia, una donna che ha vissuto la propria vita senza mai indietreggiare e risuona come un invito a riflettere, ancora una volta, sulla storia dell’arte femminile.
In Danimarca, il museo Nivaagaard ha recentemente acquisito questa tarda versione, ora esposta accanto alle opere di Sofonisba Anguissola, celebre artista rinascimentale, e della sorella, Europa Anguissola (la cui tela le è stata attribuita con sicurezza solo nel 2022). Disponendo dei lavori di quattro artiste vissute prima del XVIII secolo (inclusa la fiamminga Catharina Ykens II), grazie al sostegno di fondazioni private, il piccolo museo di Nivå assume un ruolo di grande rilievo come galleria per l’arte femminile del Rinascimento e del Barocco.





