Il suono delle rovine e la memoria del sé di Daniela Giorgino Simonsen

9 Giugno 2026
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Il suono delle rovine e la memoria del sé
Riflessioni tra arte, memoria e psicoanalisi
di Daniela Giorgino Simonsen

La performance multimediale “Lyden af Ruinerne – Il suono delle rovine”, presentata recentemente al teatro Turkis di Aarhus è un’esperienza poetica e sensoriale ideata dall’artista Domenico Mannelli, in collaborazione con Ensemble Advena. Lo spettacolo, sa ben restituire voce e respiro alle rovine di Roma attraverso suoni, immagini e parole. Una parte poetica, recitata in danese e in italiano, si intreccia alla musica,alle voci e alle proiezioni visive dei luoghi, dando forma a un dialogo in due lingue.
Avvalendosi anche delle poesie dell’autore danese Mads Mygind, l’opera è magistralmente capace di rendere in versi la risonanza emotiva delle rovine come spazi vivi nel tempo.

Da psicoterapeuta, assistendo alla performance, ho percepito come un invito a interrogare la memoria inconscia dei luoghi, quella trama invisibile di affetti, impressioni e tracce che un ambiente custodisce nel tempo, che continua a influenzare chi lo abita o lo attraversa, anche se non ne è consapevole. Le rovine evocate non rappresentano i monumenti più celebri, ma quelli più periferici, spesso dimenticati: l’Acquedotto Claudio, Villa Quintili, il Tempio della Minerva tra gli altri. Luoghi che parlano con il linguaggio del tempo, dove il silenzio è denso di storia e di presenza.

Durante questa profonda esperienza immersiva, mi è tornato alla mente un ricordo personale vissuto a Roma, in una calda giornata di agosto. Camminavo con mio marito e nostro nipote Andrea di undici anni tra le rovine dei Fori Romani. Dopo una lunga passeggiata, arrivammo in cima al colle Palatino. In uno spazio transizionale, al fresco degli alberi, ci sedemmo trafelati su una panchina per riposare un po’e dissetarci, prima di raggiungere la terrazza da cui si scorge una delle viste più belle dell’antica Roma. Poco distante, un’addetta alla sicurezza stava terminando il suo turno di lavoro. Andrea, in un moto spontaneo di apprezzamento, la osservò esclamando ad alta voce: “Che fortuna lavorare qui!”

Il suono squillante della sua voce, limpido e genuino come la sua giovane età, e le sue parole mi colpirono per la loro capacità di cogliere il valore del luogo, trasformando la percezione delle rovine in esperienza viva, emotiva e sensoriale.

In quella semplice frase si rifletteva lo stesso stupore poi ritrovato nella performance Lyden af Ruinerne: la capacità di riconoscere la vita che permane nel frammento, la presenza che abita l’assenza.

Freud, ne Il disagio della civiltà, immaginava Roma come la mente, un luogo in cui nessuna traccia del passato scompare del tutto: “…un’entità psichica in cui nulla di ciò che un tempo ha acquistato esistenza è scomparso”. Quello che accade anche nella esperienza umana: le parti di sé che non trovano spazio o ascolto diventano rovine interiori, frammenti abbandonati che tuttavia continuano a parlare, a urlare, a lamentarsi, chiedendo di essere ricordati e accolti.

Lyden af Ruinerne ci ricorda proprio questo: che il lavoro terapeutico, come l’arte, è un atto di cura verso ciò che è stato abbandonato; un gesto che restituisce valore, significato e dignità a ciò che è rimasto inascoltato.

Nella stanza di terapia, come nella performance, si riaccende il legame con le parti dimenticate, e ciò che sembrava perduto può tornare a vivere sotto una nuova forma, carica di senso.

E proprio ripensando a quel giorno d’estate a Roma, e a ciò che mi ha evocato la performance, parafrasando Andrea mi sento di dire: “Che fortuna trovare un po’ di Roma ad Aarhus!”

Esperienze come questa mostrano come, in Danimarca, l’incontro tra arte e pensiero psicoanalitico stia trovando forme nuove e feconde. Attraverso progetti che intrecciano linguaggi, culture e sensibilità diverse, la memoria diventa dialogo, e le rovine – interiori e culturali – tornano a essere luoghi vivi di pensiero e di appartenenza.

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