Rossopomodoro racconta ai danesi l’arte della pizza napoletana di Grazia Mirabelli

26 maggio 2018
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Rossopomodoro racconta ai danesi l’arte della pizza napoletana
di Grazia Mirabelli

20 anni di storia e una crescita senza eguali hanno portato Rossopomodoro, format di successo nato a Napoli nel 1998, a gestire con il suo gruppo piu di 140 locali in vari paesi del mondo, tra questi dal 2016, anche la Danimarca.

”La nostra prossima apertura è a Stoccolma fra qualche settimana. Anche in questo caso saremo insieme a Eataly, ancora una volta una collaborazione di grande successo e la conferma che la pizza napoletana autentica è una garanzia se è Rossopomodoro”. A parlare è Christian Mosca, manager dell’azienda, che incontriamo nella sede al quarto piano dei magazzini ILLUM al centro di Copenaghen dove Rossopomodoro, in questo caso distaccato da Eataly per motivi logistici, propone ai suoi ospiti proprio la “pizza napoletana verace”. In una giusta combinazione tra tradizione e impresa al passo con i tempi, ROSSOPOMODORO riesce molto bene a coniugare capacità imprenditoriali e sentimento di italianità, trasformando il tutto in un prodotto sincero e di qualità che occupa di diritto un posto di rilievo nella cultura alimentare, anche qui in Danimarca. La conferma arriva da Salvatore De Crescenzo, detto Sasà, maestro pizzaiolo che di arte se ne intende. Napoletano anche lui, Sasà è “verace come la sua pizza”e non mente mai sulle proprie origini. “Sono nato in una famiglia di pizzaioli, per me la pizza è sempre stata una forma di espressività, poi pian pianino si è trasformata in passione, anche per merito del mio maestro Ciro che mi ha insegnato tutto, a partire dalla cottura”.
“Il lavoro del pizzaiolo napoletano nasce accanto al forno è quella la prima fase che gli permette di prendere confidenza con la pizza, studiarne i comportamenti in quei 90 secondi che la trasformeranno in prodotto fumante, pronto per essere gustato”-conclude Sasà.

In Danimarca troppe pizzerie si spacciano per italiane
“Portare il concetto di pizza napoletana a Copenaghen, è un’opportunità per raccontarci ai nostri ospiti danesi.” -aggiunge Christian Mosca, papà napoletano e mamma nordica, Christian negli anni ha girato il mondo, accumulando tanta esperienza e conoscenza nel settore della ristorazione napoletana- “ Educhiamo il loro gusto e diamo loro gli strumenti per imparare a distinguere quale sia la differenza tra una pizza verace e un prodotto fasullo, che soprattutto all’estero invade il mercato. Triste dirlo, ma troppo spesso s’inciampa in un prodotto mistificato, realizzato con ingredienti che farebbero accapponare  la pelle ai giudici del disciplinare, ma che purtroppo viene passato come italiano, per confondere così il consumatore.”conclude Christian Mosca.
Un severo disciplinare STG regola la preparazione della pizza margherita, la prima delle due riconosciute dai puristi della pizza verace, la seconda è la marinara. La pizza si basa su 4 semplici ingredienti: acqua, farina, lievito e sale. L’impasto, morbido e duttile, dovrà lievitare 24 ore ed essere steso senza l’aiuto del mattarello, raggiungendo al massimo 35 cm di diametro. Mozzarella, pomodoro, olio e basilico, di provenienza garantita,verranno poi distribuiti sulla superficie della pizza che dovrà essere infornata per non più di 90 secondi, a 450 gradi nel forno rigorosamente a legna, dando vita alla margherita.

Finalmente la pizza riconosciuta come prodotto italiano

Ma cosa cambia oggi per la pizza napoletana nel mondo, cosa porterà di nuovo questo riconoscimento UNESCO?
“Questo riconoscimento- continua Sasà- ci incoraggia ad andare avanti riscattandoci da tutti quei tentativi da parte dei colossi americani di impossessarsi di una preparazione unica nel suo genere. Finalmente la pizza, nella versione verace e con gli ingredienti originali, viene di diritto riconosciuta come il risultato di una forma d’arte del pizzaiolo, e nello specifico proprio del pizzaiolo napoletano”-conclude orgogliosamente Sasà .”
“ Ma c’è anche un aspetto legale che ci fa ben sperare -aggiunge Christian- il fatto che UNESCO possa salvaguardare questo prodotto e tutelarlo dal moltiplicarsi di atti di pirateria alimentare e di appropriazione indebita di identità di quello che è uno dei prodotti made in Italy più noti al mondo”. Mentre parliamo il nostro sguardo cade sulla madia, mobile in legno di betulla che ha il vanto di custodire l’impasto durante la trasformerà in palline, pronte per lievitazione. Impasto che in serata si diventare pizza fumante sul tavolo dei clienti che arriveranno domani.“Il maestro pizzaiolo è il responsabile unico delle varie fasi dell’impasto che da noi ha una lievitazione di 24 ore-continua Sasà- nel mio caso è fatta a temperatura ambiente, dando vita ad una pasta morbida ed equilibrata, pronta ad accogliere gli ingredienti, tutti di prima qualità e soprattutto tutti italiani.”conclude con enfasi l’artista pizzaiolo.
Da buoni napoletani ci avviciniamo al bancone per godere lo spettacolo e il nostro occhio è attratto dagli ingredienti elencati da Sasà. Li riconosciamo uno a uno, pomodorini rossi di Corbara, olio extra vergine di olive raccolte e lavorate nella penisola sorrentina, mozzarella e fiordilatte che arrivano freschissimi, nel rispetto assoluto dei tempi che li portano a Copenaghen, garantendone intatte le capacità nutrizionali che assicurano la buona riuscita della pizza.
E a quel punto il piatto si fa cultura. Mozzarella, pomodoro e basilico, nella loro cromatica casualità, rappresentano la firma più autentica per quella che UNESCO ha ufficialmente definito una piccola opera d’arte tutta italiana.

 

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