Diversamente felici di Giulia Del Grande

13 Gennaio 2019
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Diversamente felici
di Giulia Del Grande

Sono Giulia, immigrata italiana a Copenhagen.
Da anni rifletto sul significato della parola cultura,
in particolare come tale percezione sia cambiata nel tempo e attraverso quali dinamiche venga trasmessa.

Ormai da un po’ stabile in Danimarca non ho potuto esimermi dal pormi questa banalissima domanda: cosa fa di questo paese uno dei più felici al mondo? Evitando di entrare in merito alla natura dei criteri del World Happiness Report 2018, per molti incongruenti, rispetto al personale concetto di felicità, vorrei quindi legare tale primato a ciò che costituisce, per i neofiti come me, il perno della cultura danese: il fantomatico hygge.

Tutto ciò che può facilitare l’interazione sociale, un ambiente accogliente, quindi luci soffuse, tappeti, divani, tisane, bevande alcoliche, cibo e musica da condividere con amici e/o familiari, è hygge secondo il libro di Meik Wiking, amministratore delegato dell’Happiness Research Institute di Copenaghen“ La via danese alla felicità”. Niente di più semplice – mi sono detta – anche noi italiani possiamo essere felicemente hyggeligt! Ma poi, trascorrendo un’intera giornata in casa dei genitori del mio ragazzo danese, assieme ad una ventina di persone di cui tre anziani, una bambina di un anno e mezzo, uno di sette e due cani, dopo aver cercato spasmodicamente di interagire con ognuno di loro, esausta, mi sono seduta sul tappeto e, osservandoli lungamente, mi sono detta che dello hygge non ci avevo capito proprio niente.

Mobilio, luci, animali e umani si fondevano armonicamente ai miei occhi, in un’atmosfera opacizzata, suoni ovattati e tenui profumi. Nel salotto, essenziale e accogliente, un clima rilassato e spensierato, in cui nessuno tentava di porsi al centro dell’attenzione alzando il tono della voce. Assistevo allo scorrere tranquillo di una vita condivisa, in cui nessuno aveva la meglio sugli altri, dove il tempo non era scandito da uno sguardo all’orologio, dove ogni angolo sembrava pronto ad accogliere chiunque lo volesse, a piedi scalzi, o avvolto in calde coperte. Lì leggere un libro non avrebbe costituito una mancanza di rispetto, come invece lo avrebbe fatto il semplice squillo di un cellulare. Per me un paradosso, un piccolo shock culturale.

Ripesco allora nella memoria un’analoga situazione vissuta a Natale, sorrido, immaginando lo spaesamento che proverebbe un danese improvvisamente catapultato a casa di mia nonna, dove tutto si muove vorticosamente al suono dei telefonini e la televisione parla inascoltata mentre il gatto miagola ripetutamente reclamando la seconda razione di bollito, e il cane – fuori dalla porta – si lamenta di non aver ancora ricevuto la prima.

Ricordi lontani da cui riaffiora la zia, che litiga con la nonna sui tempi di cottura del cotechino, e la mamma che si lamenta del ragù troppo salato dei tortelli, sale aggiunto dal nonno, che in quella speciale occasione, ha deciso di dare il suo contributo in cucina.

«A Natale non si parla di politica!» esorta qualcuno, e allora sì che se ne parla e gli animi si accendono perché, se è vero che «a Natale siamo tutti più buoni», non è detto che tutti credano nella raccolta differenziata o che sia lecito fumare in casa. Ecco che il vaso di porcellana della nonna cade rovinosamente e all’infrangersi dei cocci sul cotto, qualcuno inizia a invocare tutti i santi del cielo, mentre il nonno, tossendo, ride e si assapora il suo momento di felicità.

In conclusione, poco importa quanto siate hygge o quanto lo sarà il vostro prossimo Natale, ciò che i danesi mi hanno confermato è che l’importante è passarlo con le persone a cui vogliamo bene, e che la strada per la felicità non è altro che un personale e discrezionalissimo punto di vista.

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