Il carattere degli italiani di Emilio Canu

29 Giugno 2019
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Il carattere degli italiani
di Emilio Canu

Allegri, trasgressivi e un po’ inaffidabili. Viaggio attraverso gli italiani, divagazione per riflettere su alcuni aspetti degli atteggiamenti e comportamenti di un popolo.

Si può ancora parlare di carattere di un popolo? La globalizzazione ci rende uguali, o no? Abbiamo tutti il telefonino, siamo collegati con Facebook, Twitter; il cinema di Hollywood diffonde nel mondo i suoi modelli di comportamento. Ormai da tempo è in atto un colonialismo culturale dell’Occidente, anche grazie alla diffusione inarrestabile della lingua inglese. Ma nonostante questa spinta alla omologazione, i popoli tendono ancora a conservare alcune loro caratteristiche di fondo.

Cosa hanno detto di noi Italiani gli altri, gli stranieri che nei secoli passati venivano in Italia a cercare la classicità? Alcuni di questi viaggiatori hanno lasciato scritto di aver trovato un impasto di erotismo, crimine e devozione religiosa, persone allegre che cercano solo il piacere e il dolcefarniente. Ad altri viaggiatori l’Italia è apparsa come un carnevale permanente, con un diffuso clima di furbizia, improvvisazione e disorganizzazione.
Anche tra chi non è mai andato in Italia si è diffusa questa immagine degli Italiani. Beethoven, mai stato in Italia, scrive a Rossini: “L’opera seria non è roba per gli Italiani… Nell’opera buffa nessuno potrebbe eguagliarvi, voi Italiani. La vostra lingua, la vivacità del vostro temperamento vi destinano ad essa”.

Se fosse vissuto 50 anni più a lungo, avrebbe sentito le opere serie e tragiche di Verdi, Puccini, Leoncavallo, e forse avrebbe cambiato idea.
Secoli dopo anche Edoardo Bennato ha tentato di rappresentare questa ‘maschera’ caricaturale dell’Italiano, la canzone è del 2011:
Dicono di noi: improvvisatori. Mafiosi, scalmanati, santi e navigatori…
È vero sempre guelfi e ghibellini, terroni e padani
Ma fortunatamente, Italiani…

Dicono di noi: rivoluzionari. Pizzaioli, emigranti e canzonettari…
È vero tutti un po’ cialtroni ed un po’ geniali
Ma fortunatamente, Italiani.

Ma siamo davvero così?
Gli stereotipi non nascono dal nulla, hanno sempre una base di realtà. Tuttavia questa immagine degli Italiani è frutto di una estremizzazione e anche di una generalizzazione, perché sappiamo bene che la penisola ospita ‘le cento città’, assai diverse. 150 anni fa le varie zone della penisola erano ancora più diverse tra loro, rispetto ad oggi. Infatti Massimo D’Azeglio, consigliere del re Vittorio Emanuele II, era molto preoccupato che la capitale d’Italia si trasferisse da Torino a Roma. Era cosciente che Torino e Roma erano mondi tanto diversi, e considerava una vera disgrazia per l’Italia che la capitale fosse spostata a Roma.

Ma nelle diverse ‘Italie’ c’è decisamente qualche aspetto che si può trovare sia al sud che al nord, che contribuisce a caratterizzare un popolo, qualcosa che accomuna una persona di Venezia e una di Reggio Calabria. Innanzitutto la lingua: l’italiano, insieme ad un sottofondo di cultura classica e alla religione, quella cattolica.

Tornando alle nostre origini, possiamo dire che abbiamo conservato le caratteristiche degli antichi Romani? Secondo Giordano Bruno Guerri no, essi “oltre allo spirito guerriero… avevano il senso dello Stato e lo spirito del popolo. Gli italiani sono, per eccellenza, ostili allo Stato e pronti a divisioni di ogni genere. I romani erano concisi, razionali, buoni amministratori. Gli italiani sono prolissi, lunatici e pessimi amministratori. I Romani non erano artisti, gli italiani si”(1). Nonostante questo, si può certamente dire che la nostra cultura è rimasta legata alla classicità.

Reminiscenze di altri tempi
Durante il periodo dei Comuni all’interno delle mura delle città le famiglie ricche lottavano tra loro per il potere, lottavano anche gli artigiani contro i nobili, a volte andare per le strade era pericoloso: c’erano scontri, morti, vendette, al punto che la società cittadina rischiava quasi di autodistruggersi. Se ne può vedere l’eco a Siena, quando in occasione del Palio i quartieri della città bisticciano accanitamente. Una caratteristica degli Italiani è che tendono a dividersi con passionalità, in modo emotivo: sullo sport, sulla politica, e altro.

La tendenza dei cittadini ad essere particolarmente litigiosi, indusse a pensare che una soluzione delle tensioni e delle lotte interne al Comune potesse arrivare solo dall’esterno. Allora Il comando della città venne affidato ad una personalità esterna, con la funzione di arbitro, per mettere la pace; fu una formula politica che si diffuse con successo. Col tempo questo arbitro diventerà il signore, il padrone della città: inizia il periodo delle Signorie. Ciò sottende l’idea che i problemi si possano facilmente risolvere con rimedi esterni o decisioni improvvisate, un modo di pensare favorito anche dalla importanza e dalla radicata tradizione che hanno i miracoli nella religione cattolica.
Il Rinascimento nel 1500, dalla Toscana si diffonde in tutta l’Europa. È la ricerca del piacere e del bello, un ideale di vita che ha lasciato negli italiani la cultura del buon vivere, del mangiare bene, del vestire con eleganza.
Nel secolo Barocco, il 1600, sia nell’arte che nella lingua si diffonde la retorica, il gusto di abbellire l’espressione per renderla più affascinante, più convincente. La si carica di aggettivi, anche se inutili al concetto, si cerca di meravigliare chi ascolta o chi legge. Atteggiamento tuttora presente in alcune zone mentre in altre, fra cui Piemonte, Marche, Friuli, tradizionalmente la gente è di poche parole. L’emblema di un Paese che esprime realtà quali ‘le cento città’, rimarcando differenze fisiche, storiche e sociali che contribuiscono a rendere l’Italia un paese versatile e a suo modo unico.

(1) Giordano Bruno Guerri, Antistoria degli italiani, Mondadori, Milano 1997, p. 8

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