Pif allo specchio di Giulia Longo

15 Gennaio 2023
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Pif allo specchio
di Giulia Longo

Il regista, attore ed autore televisivo Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, è di ritorno a Copenaghen: una città a cui è legato per ragioni biografiche e nella quale si sente a casa.

Copenaghen è una città dinamica, vivace, frizzante. La capitale danese somiglia agli abitanti che la popolano: cittadini danesi da generazioni, ma anche giovani da tutto il mondo che vi arrivano per ragioni di studio o lavoro, poi ne testano la qualità della vita e ci finiscono per restare. A Copenaghen – “terra dei suoi avi” – Pif è stato spesso e volentieri: negli ultimi anni, ad esempio, ha presentato i suoi primi film da regista: nel 2015 La mafia uccide solo d’estate (2013) e nel 2017 In guerra per amore (2016). Come cinema di riferimento, ha sempre scelto Cinemateket: tra i suoi cinema preferiti in tutto il mondo.
A fine ottobre 2022, si è invece come “sdoppiato”: è tornato in veste di attore, protagonista del film di Daniele Luchetti Momenti di trascurabile felicità (2019), tratto dai romanzi omonimi di Francesco Piccolo, ed infine di nuovo dietro la macchina da presa come autore del lungometraggio girato ai tempi del covid e poi uscito nel 2021 E noi come stronzi rimanemmo a guardare. Esperienze cinematografiche che hanno conclamato il suo talento nella settima arte, ma anche testimoniato un impegno civico e civile che per tutti dovrebbe essere doveroso e “normale”. Ma che per molti non lo è, dal momento che la maggior parte degli indolenti, che si limitano soprattutto a lamentarsi e protestare, in realtà non muove un dito, si nasconde in penombra e rimane a guardare.

Il titolo del film è in realtà una citazione, la paternità della quale va ascritta a un grande scrittore siciliano scomparso nel 2019: Andrea Camilleri. Pif gliela sentì citare ad un incontro pubblico e la trovò bellissima. Gli rimase impressa, e Camilleri gli disse essere di un poeta, ma di non ricordare di chi fosse. Pif l’ha scelta anche per questo: per il valore del singolo che diventa così universale. Per la voce di chi magari tutto vede e ha paura di parlare, ma non vuole restarsene nel suo orticello e rimanere a guardare. Pif non indietreggia se c’è qualcosa di scomodo o scottante da denunciare. Già con i vari programmi televisivi di cui è stato autore – “Le iene”, “Il testimone”, “Caro marziano” – ha sempre portato avanti un’idea, presentandola con quel modo tutto suo di fare un’inchiesta: con semplice profondità e umanissima leggerezza.

E noi come stronzi rimanemmo a guardare è un film che dà da pensare. Una tematica affrontata in chiave ancora più drammatica per esempio da Ken Loach, che con Chen Sorry, we missed you (2019) ha portato sul grande schermo il sistema disumano di Amazon e le condizioni schiavistiche che tengono in ostaggio i lavoratori. La versione di Pif è tragicomica – un dramedy – e riguarda il mondo dei rider, ovvero i “postini del cibo” assoldati per consegnarlo a domicilio: sfrecciano in bicicletta o in motorino spesso a tutta velocità, perché arrivare in ritardo può toglier loro credibilità a seguito del questionario di soddisfazione stilato dal cliente – contattato in tempo reale tramite app – a consegna avvenuta, e chiamato a valutare la sua esperienza, giudice a volte spietato dell’operato altrui. Un mondo precario e distopico dove a governare sono i numeri, i dati quantitativi e gli algoritmi. La vita degli esseri umani, anziché facilitata dai progressi altosonanti della tecnologia, si trova ad essere svuotata tanto di umanità quanto paradossalmente di vita. E gli indolenti, che si limitano soprattutto a lamentarsi e protestare, alla domanda pungente di un rider – “Noi facciamo questa vita. Ma voi consumatori siete disposti a cambiare pagando di più?” -, non hanno il coraggio né la voglia di rilanciare.
Copenaghen in questo ha molto da insegnare: una società dove ogni operazione burocratica ormai si svolge in forma digitale, una nazione in cui “tutto funziona” alla perfezione e ci si chiede se c’è un qualche divario tra realtà ed apparenza, o se davvero tutto è così come sembra. Pif è strabiliato quando riflette sulle differenze e le affinità tra Italia e Danimarca, a cui dedicherà una puntata della nuova stagione di Caro marziano in onda sui Raitre nel 2023, un programma anch’esso ai confini della realtà. In un domani ipotetico e remotamente lontano, quali tracce sulla terra troverà un marziano? L’idea alla base del programma è geniale, e c’è da scommettere che anche il messaggio recapitato dalla Danimarca avrà un inestimabile valore. Pif guarda solitamente al Nord Europa con un occhio di riguardo: suo illustre antenato è lo scultore danese Bertel Thorvaldsen. Ogni volta che Pif visita Copenaghen, non perde infatti occasione di visitare “il suo museo”, dove viene accolto con il garbo e l’ossequio che si riserverebbe ad un qualsiasi discendente di cotanto esimio progenitore.

Pif però si ferma raramente in un posto e men che mai resta indifferente a ciò che vede e guarda. Nel 2018 ha pubblicato con Feltrinelli il suo primo romanzo: …che Dio perdona a tutti, un titolo che, per chi non conosce il proverbio per intero, può suonare come un piccolo rebus. Il libro è presto diventato un “best-seller” e prossimamente ne trarrà un film. Nel novembre 2022, invece, è uscita quella chiamata ironicamente la sua seconda “fatica letteraria”: La disperata ricerca d’amore di un povero idiota. Un titolo che è anch’esso tutto un programma, dove il protagonista è il suo alter-ego, Arturo Giammarresi, un Peter Pan cresciuto ed arrivato alla soglia dei quarant’anni, disperatamente alla ricerca non dell’anima gemella, unica e sola, ma delle anime gemelle, in un mondo sempre più governato dalla dittatura degli algoritmi. È per l’appunto un algoritmo ad avere scelto per Arturo sette anime gemelle da incontrare qua e là per il mondo, in quello che alla fine diventerà un viaggio alla scoperta di sé stesso. La copertina ritrae Arturo di spalle con sette palloncini a forma di cuore, uno solo del suo stesso colore. A fare da cornice al tutto, la carta da gioco del 7 di cuori.

Ma Pif, mettendosi allo specchio, interrogando il vero Pierfrancesco col suo sguardo dissacrante, cosa pensa dell’amore? Il putto chiamato Amor, scolpito da Thorvaldsen come regalo di nozze per la figlia Elisa e rimasto di proprietà della famiglia di Pif a Palermo, rimanda mitologicamente a Cupido, l’amorino capriccioso dalle fattezze angeliche dotato di lira ed ali e che nasconde arco e frecce, il dio guidato dal caso che, quando scocca un dardo e colpisce due persone, le fa magicamente incontrare. Una figura in cui i sognatori vogliono credere, mentre per i calcolatori viene ad essere un’inezia inesistente che non può cambiare le sorti del freddo progresso messe in moto dal volersi per forza “accasare”. Una finalità ben diversa dal sentirsi-a-casa con una persona vera e reale.

Tanto Pif quanto Pierfrancesco si interrogano perplessi lungo questo crinale prospettico a proposito del ruolo della casualità, dello zampino del destino e di tutto lo scibile e l’esperibile che abbia a che fare con quel mistero chiamato amore. Chi si affida alle app – persino a quelle di dating tanto in voga di questi tempi – si fa portavoce di un pensiero calcolante, che prima o poi qualche profilo affine lo troverà e nel frattempo tanti diversi ne conoscerà. Chi appartiene alla magra stirpe dei sognatori mette in gioco ogni giorno un fare invece pensante: un pensiero poetante che un giorno, chissà, sarà condivisibile con quella persona reale che esiste, da qualche parte, nel mondo, quella con cui basta uno sguardo d’intesa per sentirsi davvero a casa. Ma qui finiscono le risposte disarmanti del regista, dell’attore, dell’autore televisivo e dello scrittore: qui ognuno di noi è chiamato a vivere, a scegliere, a penare, a soffrire, a dire la sua su quell’avventura magnifica, complessa e catartica, che è quella propria e irripetibile di ognuno in balia dell’amore.

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